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Analisi politica

Maggio 1915 / Maggio 2015

 

Eurovermi

 

 

Altra economia

Tra Ezra Pound ed Auriti: l’altra economia

 

Dall'archivio

Le nuove tendenze dell'economia

 

Articoli
Controfilosofia

Ripensare l’uomo: una breve riflessione antropologica post moderna

 

Il libro

Post Modernità e Nuova Ogettività

 

Poesia Recensarte

Forse a qualcuno parrà strano che in un sito di “controinformazione”, quale questo, a tutti gli effetti, è, vi sia una parte dedicata all’estetica... 

 
Mitologia Esoterismo Psicanalisi
Contributi: Presentazione del Volume I° della Scienza dei Magi.
 

La mente bicamerale: l’altra faccia della realtà?

I MIEI LIBRI

INTRODUZIONE

 

Globalizzazione. Globalismo. Globale. Termini che, recentemente, ricorrono spesso in quello che è il contesto dell’analisi sulla dinamica degli eventi della politica e dell’economia di questi ultimi anni. Ma il contesto in cui tali termini sembrano farla indiscutibilmente da padrone, è quello della polemica politica, ovvero di quell’arte in grado di trasformare in massimalismo ideologico, troppo spesso infarcito di pericolose inesattezze e banalità, ciò che tale non è. In questo modo, si finisce col distorcere la reale portata del problema, arrivando, troppo spesso, a prospettare delle soluzioni della stessa matrice del male trattato, 

ed in quanto tali, di efficacia pressochè nulla. Ma cominciamo anzitutto, con il contesto a cui il termine “Globale” si riferisce.

Tale contesto è indubbiamente riferito ad una civiltà, ed in particolare, ad alcuni suoi aspetti negativamente considerati quali il liberismo economico, l’impatto ambientale ed altri ancora, di contraltare ad altri positivamente valutati, quali la solidarietà sociale, l’uguaglianza, la democrazia, il valore positivo della ricerca scientifica, il dinamismo in economia e via discorrendo. Il tutto visto in un’ottica a breve termine, ovvero come  logica conseguenza della fine del bipolarismo USA-URSS, che vede la supremazia di un unico modello, quello americano, per l’appunto. Il massimo a cui si può aspirare, è di far risalire l’inizio di tale predominio alla fine dell’ultimo conflitto mondiale. Tutto questo, senza voler prendere in considerazione la storiografia marxista, che, in uno spirito confessionale e tautologico, interpreta l’intera storia umana come un conflitto tra classi, chiudendo “sic et simpliciter” qualunque ulteriore considerazione sul problema. Essendo, dunque, il problema “Globalizzazione” un problema di civiltà, è logico che non possa essere relegato ad alcuni eventi, ma abbia bisogno di una più vasta visione d’insieme. Se la Globalizzazione è un problema di civiltà, cos’è, dunque, una “civiltà”? La civiltà, come ben si sa, sono l’essenza della storia dell’uomo che, in quanto tale, è un essere

sociale che esprime tendenze, gusti, sentimenti, in base a codici comportamentali determinati dall’appartenenza ad un determinato “genus”, o “clan” che dir si voglia. Tali comportamenti sono, a loro volta, determinati dalle interazioni culturali presenti nell’insieme dei “clan” o “genus” considerati nella loro totalità, sotto il comune denominatore dell’appartenenza etnica. Da tale momento in poi, si può parlare di civiltà. A porsi il quesito sull’essenza della civiltà sono stati un enorme numero di studiosi, tutti, però arrivati alla medesima conclusione: la civiltà è quel minimo comun denominatore etno-culturale che tiene unite differenti realtà comunitarie, anche al di là delle singole specificità etniche, come possiamo vedere sia per l’ecumenismo religioso islamico che per quello cattolico. Non solo. In quanto tale, quello della civiltà è un processo che consta di differenti fasi.

Ascesa, apice, rappresentato da un’espansione universalistica e decadenza, sono momenti comuni a tutte le civiltà. Globale, se vogliamo, fu pure la civiltà classica che accomunò attorno ai propri canoni spirituali ed estetici, un territorio che andava dalla Penisola Iberica alla Valle dell’Indo. Globali furono, altresì, le civiltà egizia e mesopotamica, accomunate da una particolare concezione della religiosità e da una potente teocrazia, accompagnate da un evidente gigantismo architettonico delle strutture religiose.

Globale fu anche la civiltà dell’Evo Medio, che sotto il comun denominatore dell’esperienza del feudalesimo accomunò l’intera Europa ed alcuni Stati del Medio Oriente. Allora, se altre civiltà alla nostra precedenti hanno conosciuto un momento “Globale”, cos’è che contraddistingue e marca in modo evidente, l’attuale modello di civiltà dalle altre? Per dare una risposta a questo interrogativo, dobbiamo ancor più interrogarci, sulla effettiva natura di quella che noi chiamiamo “Civiltà Occidentale”, un argomento questo su cui sono stati scritti fiumi di inchiostro, senza comunque mai arrivare ad una risposta esaustiva, perché anche in questo caso a farla da padrone sono stati studi e ricerche troppo spesso condotti sotto la lente distorta delle varie ideologie. Limitandoci alla semplice osservazione dei fatti, quella Globalizzazione, corrispondente al tentativo di adeguare ad un unico criterio interpretativo della realtà e della vita il mondo intero, oggidì sotto le insegne della macchina economico-militare statunitense, sembra corrispondere all’antico detto “Un Unico Pensiero, un’Unica Nazione”. Sembra un po’ di sentire l’imperatore Caracalla che, a tal proposito, preconizzava l’esistenza di un unico monarca in terra, accanto ad unico monarca in cielo, in una sorta di teologia politica unitaria dal sapore straordinariamente attuale. Ma come si è potuti giungere a tutto questo?

E’ la domanda a cui cercheremo di rispondere nelle pagine che seguono.

 

AVVERTENZA:

Si informa che l’opera in oggetto è stata depositata e contrassegnata con numero di deposito presso la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), SEZIONE OLAF-Servizio Opere Inedite, in Roma, il 19-10-2007

INTRODUZIONE

 

Troppo spesso gli ultimi quattro secoli di storia vengono visti come l’inarrestabile trionfo di un pensiero che, tra scosse e scossoni di ogni genere e tipo, riesce alfine a trionfare. Il pensiero “politically correct” sembra pian pianino apprestarsi ad un irresistibile trionfo, portando appresso a sé tutto un modo di vedere ed interpretare un mondo che, oramai, di senso non sembra più averne, visto che ogni eventuale nozione di significato sembra oramai essere rimasta quella offerta dall’invincibile legame tra Economia e Tecnica che, oggi sempre più, spadroneggia impunito sull’intero orbe terracqueo. Un senso che trova le proprie origini in un percorso che parte da lontano, da quel primo ansioso porsi domande di fronte ad nuovo mondo, che vide il Seicento, attraverso Cartesio, innestare una problematica le cui conseguenze avrebbero segnato l’intero mondo a venire. L’Illuminismo, gli albori e l’acme della Modernità, con le convulsioni che ne accompagnarono lo sviluppo (Rivoluzione Francese, Rivoluzione Industriale, Totalitarismi, Guerre mondiali) sino al recente approdo alla Post Modernità, tutto questo sembra sottostare ad una inattaccabile logica metastorica, volta all’avvento in terra della tanto agognata Nuova Gerusalemme. L’intera storia degli ultimi quattro- cinque secoli (ma anche quella precedente) finisce così con il diventare una nuova narrazione teologica dell’avvento del Verbo Economico Tecnico tra gli uomini e delle sue vicissitudini. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Il coro dei giusti e degli indignati da una parte, le schiere dei dannati dall’altra. Il tutto a far da scenario ad un sin troppo preannunciato trionfo…Ma esiste anche un’altra storia. La storia ed il percorso di un altro pensiero, nient’affato buono e corretto che come un “fil rouge” ( meglio sarebbe dire un “fil noir”) ha percorso e continua a percorrere la storia dell’Occidente intero, con esso intersecandosi ed interagendo, sino a segnarne in modo indelebile il percorso. Un pensiero tanto più difficile da identificare e da marcare tanto strette, contorte e contraddittorie sono le vie che prende, portandoci spesso in mezzo a veri e propri deserti o smarrendosi in vere proprie paludi. Compito di questo scritto l’andare ad identificare quelli che, di tale pensiero sono i percorsi, le vicende, gli sviluppi, nel modo più sommario possibile, evitando in tal modo di disperdersi in una narrazione enciclopedica dagli esiti quanto mai  malfermi ed insicuri.

 

AVVERTENZA:

Si informa che l’opera in oggetto è stata depositata e contrassegnata con numero di deposito presso la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), SEZIONE OLAF-Servizio Opere Inedite, in Roma, il 19-10-2007

IL FASCINO

DISCRETO DELL’OCCIDENTE

ALLE ORIGINI DELLA GLOBALIZZAZIONE

INTRODUZIONE

 

Questa breve ricerca parte dall’esigenza di una miglior comprensione di quella che qui si potrebbe definire con il termine di “fenomenologia” dell’Occidente, in grado di identificare quelli che della grande contraddizione occidentale sono i motivi-spinta, per addivenire poi ad una sintesi in grado di offrire una prima, sia pur parziale, risposta ad una questione così vitale per interpretare il nostro presente e poter, di conseguenza, gestire il nostro futuro.

 

AVVERTENZA:

Si informa che l’opera in oggetto è stata depositata e contrassegnata con numero di deposito presso la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), SEZIONE OLAF-Servizio Opere Inedite, in Roma, il 19-10-2007

PER UNA NUOVA OGGETTIVITÀ

INTRODUZIONE

 

Era tutto iniziato quasi come un giuoco. La sfida, la voglia di superare se stessi, confrontandosi con climi e contesti estremi. E poi la voglia, l’impulso a conoscere nuovi spazi, sulle ali di una brezza costante.

 

 

AVVERTENZA:

Si informa che l’opera in oggetto è stata depositata e contrassegnata con numero di deposito presso la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), SEZIONE OLAF-Servizio Opere Inedite, in Roma, il 19-10-2007

NON AVER PAURA DI DIRE

NOTA BIOGRAFICA

 

Operatore del mercato assicurativo e finanziario, all’interno del quale vanta una più che ventennale esperienza professionale, profondo conoscitore dei meccanismi del settore principalmente in Italia, con degli stage di lavoro in America Latina (Argentina e Brasile) ed ora titolare di un’attività di consulenza e servizi tecnico-legali, Umberto Bianchi (1960), oltre ad essere impenitente “motorbiker” e giramondo, è anche opinionista , saggista e poeta, dedito alla pubblicazione di saggi e di analisi su tematiche che spaziano dal pensiero politologico a quello economico, sino a quello filosofico e storico-religioso. Collaboratore di lungo corso del quotidiano "Rinascita" e del periodico "on line" "Il Fondo/Magazine di Miro Renzaglia", presso i quali ha pubblicato la maggior parte dei propri saggi, altresì reperibili sia presso il catalogo di "Arianna Editrice", sia, in versione integrale, nel presente sito, ha anche scritto sulle pagine del periodico “Il Ribelle” di Massimo Fini, oltre ad aver precedentemente collaborato con "Orion" ed "Il Giornale d'Italia". Nel 1999 crea il sito www.ripensareilpensiero.it, (ora sostituito dal presente “Il Pensiero Antagonista”) e nel 2005 ha dato alle stampe, per i tipi di "Nuove idee" "Alle origini della Globalizzazione/ Per una revisione del pensiero". Nell’Ottobre 2011, inoltre, prende parte alla stesura del libro-manifesto “Per una Nuova Oggettività/Popolo-Partecipazione-Destino”, a cura della Heliopolis Edizioni, con il saggio “Post Modernità e Nuova Oggettività”. Nel Novembre 2014, sempre per i tipi della Heliopolis Edizioni, ripete l’esperienza della partecipazione alla stesura di un’altra antologia, “Non aver paura di dire…”, con il saggio “Elogio della Moto Avventura”.

- Viaggi -
STEREA ELLADA: ALLA RICERCA DEL MUSEO PERDUTO

In tempi di ristrettezze economiche e temporali, di fronte alla decisione di partire all’ultimo momento, senza volersi arrendere ed andare a sbattere là dove troppo si spenderebbe, finendo, oltretutto, sommerso da orde di chiassosi vacanzieri, in quel caso, sembrerà strano, proprio in quell’antico bacino mediterraneo, ancora esistono realtà dove, nello stesso contesto, puoi girare e trovare una varietà di paesaggi deserti o quasi, senza soluzione di continuità e, cosa di non poco conto, a buon mercato. Uno di questi posti è la Grecia. Ad ogni mio sbarco sul suolo di “Sterea Ellada”, (così come è chiamata nei depliant e nei manifesti ufficiali!), scopro lidi e siti mai sino a quel momento visitati, la cui bellezza eguaglia o supera quelli lì precedentemente visitati e che uno credeva essere i migliori in assoluto. Sbarco sul suolo di Sterea Ellada, in quel di Igoumenitsa, in una calda giornata ferragostana, a cavallo della mia fedele Suzuki V Strom 650. Trovata celermente una sistemazione per la notte, mi dirigo risolutamente verso una spiaggia del litorale ionico, l’ultima ad esser stata da me visitata tre anni prima, durante la mia ultima peregrinazione motociclistica in terra ellenica. E’ un posto particolare, a cui si accede passando attraverso una strada che scende da un ripido e deserto pendio montano, circondata da querce, castagni, ulivi, immersi in un contesto di innaturale silenzio, qui e là punteggiato da qualche solitaria radura e dalla presenza di una solitaria chiesetta ortodossa bianco calce. La spiaggia, sebbene animata dalla presenza di capanni, situati rigorosamente dietro di essa, e da bagnanti in sufficiente quantità, risulta essere incredibilmente silenziosa. L’immersione nelle sue acque di un ammaliante celeste-cristallo, rappresenta per me il primo di una lunga serie di momenti a carattere iniziatico, in cui l’immersione in acque pure e chiare si fa contatto con la purezza delle numinose potenze che, tuttora in quei beati siti, sembrano qua e là riaffiorare. Ritemprato da quel bagno purificatore, dopo aver effettuato un brindisi all’indirizzo dell’Ellade, rimonto a cavalcioni della mia moto e mi dirigo verso sud. I dirupi montani presto vanno aprendosi sul mare, lasciando qui e là spazio a baie dalle acque scure ed incontaminate, poi d’improvviso il panorama cambia. Dalla cima di un declivo montano si apre un’immensa piana invasa dalle acque, alla fine della quale si apre una baia marina circondata da montagne. E’ il delta del fiume Acheronte, in cui confluiscono anche lo Stige ed il Piriflegetonte, fiumi infernali sacri agli Dei, vere e proprie vie d’accesso all’Ade. L’intera regione ionica tra Igoumenitsa a Preveza sembra essere pervasa da questa strana atmosfera. Il panorama del delta è semplicemente spettacolare, costituito com’è da un reticolo di corsi d’acqua che si diramano a raggiera lungo tutta la sua estensione e che tanto riportano alla mente l’iconografia della mitica Atlantide, anch’essa circondata da un reticolo di acque dalla forma  a raggiera…L’intera regione è sovrastata da spettacolari montagne, qui e là puntellate da siti come Dodoni e dai vari punti di partenza delle sorgenti dell’Acheronte. Montagne scure, i cui colori contrastano con la luminosità delle spiagge ioniche, quasi a voler rammentare la soverchiante presenza di Ade e Persefone in quelle zone. La visita al sito del Nekromanteion, il tempio dedicato per l’appunto ad Ade/Plutone e Persefone, situato nel bel mezzo del delta, è, a questo punto, d’obbligo. Mura ciclopiche ed antiche rovine si susseguono sulla cima di un colle circondato da cipressi ed ulivi. Un antro sacro a Persefone, sorge proprio sottostante e dirimpettaio ai resti di una chiesa ortodossa, frettolosamente edificata quasi a voler cercare, inutilmente, di sovrastare e contrastare un qualcosa di profondamente connaturato alla natura di quei luoghi, costituendone la irrinunciabile dimensione archetipa. Per quanto bello, silenzioso e suggestivo è il Nekromanteion, tanto chiassoso e cafone è il principale sito delle sorgenti del Sacro Acheronte. Turme di improvvisati imbecilli in gommone, camper parcheggiati, cavalieri dell’ultimo minuto, turme di turisti vocianti, pullman, hanno fatto di un bellissimo sito, un luogo veramente “infernale”, nel senso più spregevole e moderno. Vengo sorpreso dal sovrastante urlare in un incomprensibile dialetto di un famiglione di Salerno lì parcheggiato mentre, poco più in là, una distinta signora di Milano dalle taglie “forti”, chiede con tutta la voce che si trova in corpo, al proprio figliolo, se ha preso lo “sainetto” con le rispettive carabattole, il tutto in un infernale andirivieni di turisti, auto, costellato dalla presenza di bancarelle a profusione. Senza neanche scendere dalla moto, tolgo il disturbo a tutta velocità, tornando ad immergermi nel silenzio di una campagna sconfinata,  qua e là punteggiata da silenziosi borghetti. Al rientro ad Igoumenitsa, passando attraverso l’entroterra, incassata tra le montagne, in un panorama deserto, una immensa palude punteggiata di enormi ninfee, sembra volermi ribadire la divina irruenza di una selvaggia natura, di fronte al formicolare delle macchine che, nel loro frenetico sfrecciare, sembrano voler volutamente ignorare e sfregiare quanto hanno di fronte…la mia discesa nell’Ellade profonda continua, tra panorami mozzafiato e rovine che si stendono ieratiche spezzando la continuità tra campagne, lagune e spiagge solitarie…così ad Aktion, a pochi chilometri da Preveza, su una collinetta ventosa, posta tra una campagna ridente ed una silenziosa laguna, mi trovo a rivivere i fasti della fondazione augustea dello stato imperiale romano, attraverso l’edificazione di una città, Aktion per l’appunto, che ricordasse a tutti la strabiliante vittoria di Augusto su Marco Antonio, che sancì la Pax Romana sull’intero Mediterraneo. E poi provare la vertigine di percorrere strette strade, in cima a dirupi montuosi pieni di pini, ammaliati dalla veduta aerea di distese di mare color turchese. Lefkada/Leucade, con il suo mare, è lì a ricordarmi che questa terra un tempo fu il soggiorno di Dei e Ninfe…la mia galoppata prosegue con una brusca sterzata verso nord, sino all’isola di Thassos che, si dice, per la sua bellezza fu scelta quale residenza, per qualche tempo, nientedimeno che da artisti del calibro di Fidia e Policleto. Un piccolo, ma ben fornito museo, mi offre lo spettacolo di una gigantesca statua di Kouros di età arcaica. Tornando sui miei passi verso Ovest, passato il delizioso porto di Keramoti, circondato dallo sconfinato delta paludoso di un fiume, mi imbatto nella città portuale di Kavala, che uso quale base per le mie scorribande sulla deserta costa macedone. Parto con il rimpianto di non essere riuscito a visitare il locale museo archeologico. Nel fare ritorno verso Ovest, non posso esimermi dal fare uno stop nella splendida penisola della Calcidica, passando attraverso montagne ricoperte di scure foreste ed un cielo pieno di nubi, non senza fare uno stop al sito dell’antica Olinto. Poi d’improvviso le nubi si bucano, lasciando spazio all’aerea visione di un golfo senza fine, orlato da spiagge immote. La penisola di Sitonia mi accoglierà per ben quattro giorni, con la sua infinita distesa di spiagge, montagne e golfi, senza soluzione di continuità. Nell’immergermi nel cristallino mare della spiaggia di Toroni, proverò l’incredibile sensazione di nuotare immerso in un oceano vivente; il suo tranquillo ma incessante muoversi mi riporta alla mente il respiro di Poseidone o di qualche altra più antica divinità che, come Oceano, sembrano riportarti all’arcaica dimensione dei miti orfici…dopo un lungo scorrere verso Ovest, tra pianure riarse dal sole e scure montagne, mi trovo a planare verso l’isola di Kerkyra/Corfù, cara agli Dei. Se è vero che questa, più delle altre, è sì un’isola turistica, vero altrettanto che sa offrire degli spettacoli di grandiosa solitudine, sia al proprio interno, attraverso vallate e montagne ricoperte di cipressi, ulivi, querce, che anche, ed inaspettatamente, attraverso spiagge solitarie. Lascio la mitologica “Scheria” (cara alle peregrinazioni di Odisseo…), con il rimpianto di non esser riuscito a far visita al locale museo archeologico ed alla sua splendida testa di Gorgone perché miseramente chiuso (in piena stagione estiva, sic!) per lavori in corso!…Poi d’improvviso,a bordo del traghetto che mi riporta verso casa,come attraverso un repentino “satori”, mi sento nuovamente avvolto in quel mare cristallino, vedo in quelle alture cosparse di pini, cipressi, olivi e querce, in quelle scogliere a picco e nelle spiagge immote, non delle qualsivoglia località turistiche, bensì veri e propri giardini degli Dei, da cui ti aspetteresti di veder sbucare d’improvviso una Ninfa o un Fauno…e dunque, quelli che feci, non semplici bagni di mare, non semplici manifestazioni di sportiva esuberanza furono, ma veri e propri bagni lustrali, purificatori, avvolto dal respiro degli Dei, nella veste di una  manifestazione del “genius loci”, dello spirito del luogo e dei suoi Dei in tutta la sua potenza. Pertanto, ad oggi ancora, si può avvertire la presenza di Dei e Ninfe, che manifestano la loro presenza attraverso una incontaminata natura/naturans, lì a rinnovare il miracolo di una strabordante presenza sull’uomo ad ogni scorrer di frazione temporale, siano secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, secoli, eoni, alla faccia di tutte le congetture eco-catastrofiste, lasciandoti con la sensazione che Sterea Ellada sia sempre lì, pronta ad accoglierti, immota nella propria divina bellezza. Resti archeologici, musei e quant’altro, per quanto importanti e formativi possano essere, andrebbero sempre accompagnati dalla percezione dell’archetipo che informa di sé una determinata località. In questo modo l’esperienza si fa conoscenza, da semplice e fotografico scorrere di immagini, si fa archetipo e bagaglio di sensazioni e conoscenza, permettendo, in tal modo, il superamento e la risoluzione dell’irrisolta dialettica tra teoria e prassi. In tal modo, la Filosofia si fa Vita e viceversa, superando lo sterile accademismo di certa cultura occidentale, che tutto ha inaridito e ridotto a semplice griglia di fredde ed anodine nozioni, unicamente funzionali al Moloch rappresentato dal Pensiero Tecno-Economico. Il tornare a volgere lo sguardo al Politeismo, assume, in tal modo, la valenza di esperienza e metafora dell’affermazione della molteplicità della Vita, di fronte al monoteistico e monolitico affermarsi, a livello globale, dell’idea di un unico modello di pensiero, vita e sviluppo, così in cielo come in terra.                                                                                    

                                                - L'Analisi -
LINEA DURA: UN NECESSARIO CHIARIMENTO

Ho sentito l’altra sera su Rete 4, durante il solito talk show di Maurizio Belpietro, l’immarcescente Librandi apostrofare con arroganza ed una supponenza oltre ogni limite dei lavoratori di una delle tante, troppe, industrie, aziende ed attività lavorative oggidì in fase di dismissione e chiusura, causa la solita, eterna ed immutabile crisi economica. Alle lagnanze di una lavoratrice che faceva presente come da mese e mesi non si vedessero né salari, né liquidazioni, né ammortizzatori sociali vari, il Librandi rispondeva che, anziché piangere e lagnarsi, era molto meglio che si rimboccassero le maniche ed andassero a cercar lavoro, magari andando a pulire quelle scale che Lui, da superman venuto dal nulla, aveva in gioventù pulito….Ciò che in questo caso scandalizza, non è tanto la stupida arroganza della “boutade” in questione, una cosa che uno si aspetterebbe dalla mente annebbiata dall’alcool di qualche vecchio rincitrullito”bauscia” lombardo….No, quello che qui stupisce è che a parlare in questo modo sia un rappresentante delle istituzioni. Oramai il Globalismo giuoca a carte scoperte: se prima certe cose erano sottintese ed appena sussurrate, se prima il potere politico possedeva ancora quel minimo di capacità di mediazione tra le istanze della società civile nel suo complesso e quelle dei Poteri Forti di Economia e Finanza, al fine di realizzare quel precario equilibrio che garantisse perlomeno l’integrità e la sopravvivenza di una comunità nazionale, ora non è più così. Siamo passati silenziosamente, inavvertitamente, alla fase di diretto predominio dei Poteri Forti, senza più alcuna mediazione della politica, ora ridotta ad un ruolo di notarile e supino asservimento ai desiderata di questi ultimi. E le conseguenze di quanto detto, sono ravvisabili in quanto accade attorno a noi e ci riguarda direttamente. Cominciando, tanto per gradire, con un costo della vita qui arrivato a livelli insopportabili, con il gravare di tasse e gabelle che fanno schizzare la nostrana pressione fiscale al 60/70% del reddito di un cittadino. Si parla di riaggiusta menti, sconti ma, ciò che sembra si tolga, viene lestamente ripreso dall’altra parte. Senza parlare che, di fronte al crescere di un’invasione migratoria di elementi allogeni e sbandati dalle società del Terzo Mondo, tutta a detrimento dei diritti e del benessere dei nostrani lavoratori, il governo risponde ignorando la gravità e l’entità del problema, anzi, parlando a più riprese di un supposto “aiuto umanitario” elargito agli invasori, tramite esborsi di denaro pubblico. Il tutto mentre si continua a stare accodati alla folle e criminale politica anglo americana di contrasto ad un fondamentale partner geo economico e politico, quale la Russia dovrebbe esser per noi, rimanendo accoccolati ad una suicida politica di inazione in contesti quali la Siria e la Libia, favorendo, de facto la crescita di quei movimenti cosiddetti “integralisti”, a conduzione anglo-saudi-americana, la cui esistenza serve a collocare in uno stato di continua tensione l’intero contesto mediterraneo, facendo passare sotto silenzio, ben più gravi malefatte, non senza favorire in modo esponenziale la crescita delle varie industrie degli armamenti con tutti i loro correlati. Senza voler contare le pessime nuove su un clima globale, il cui deterioramento è unicamente dovuto alla voluta inazione dei vari governi, supinamente asserviti all’ingordigia di una Tecno Economia, oramai totalmente fuori controllo. E’ di questi giorni la notizia che, di fronte all’ennesimo, folle tentativo di imporre uno dei vari accordi economici cappio (TTPA…), il popolo della piccola Vallonia (una delle due regioni costituenti lo stato federale belga), sia sceso in piazza per gridare un chiaro e forte NO, ad un accordo giudicato folle e suicida per i locali lavoratori ed imprese. Il tutto con grande costernazione dei baldracconi di Bruxelles che, ora si troveranno, finalmente, a dover fare i conti con una volontà popolare tutta controtendenza, rispetto alle loro liete previsioni. L’episodio che abbiamo ora citato, ci lascia capire che ancora uno spazio di azione ci può essere, eccome, se animato da una presa di coscienza e da una volontà, estesi ad una intera collettività nazionale. Il problema è che, contrariamente a quanto tende ad accadere in molte nazioni europee, in Italia siamo ancora al “Che fare?”, dal punto di vista dell’organizzazione e della messa a punto di una seria forza di opposizione. Questo perché, a parere di chi scrive, non si è ancora addivenuti a quel momento di chiarimento ideologico e programmatico che, per un qualsivoglia movimento politico, dovrebbe costituire la fase più importante, quell’evento “sine qua non”, non vi può essere un’azione politica coerente e, perciò stesso, portatore di concreti risultati politici, (chiaramente intesi nella loro accezione più positiva e costruttiva, sic!). A questo riguardo, mi sovviene la appena passata stagione estiva che, sotto l’incalzare di una serie di eventi, a livello sia  internazionale che nazionale (si pensi solamente al dibattito innestato dal prossimo Referendum Costituzionale…), ha, più che mai, rappresentato l’occasione per dar luogo ad una serie di accesi dibattiti da parte delle varie forze politiche presenti sullo scenario nazionale, sia antagoniste che non. In uno di questi eventi, di matrice nazional rivoluzionaria, svoltosi nelle prossimità di quel di Catania, uno degli intervenuti ha voluto ribadire quanto detto, rilasciando successivamente un’intervista chiarificatoria presso una importante testata nazionale. L’essenza di questo intervento era incentrata sull’idea di un quasi-renziano “partito della nazione”, visto in un’ottica nazional popolare. Una istanza trasversalista, assolutamente legittima ma che, per come è stata formulata, a parere di chi scrive, manca di quella chiarificatoria incisività necessaria allo sviluppo di un discorso realmente alternativo all’attuale status di cose. Questo nodo di Gordio, può essere sciolto solamente risalendo all’origine del problema, che risiede in quel processo di Globalizzazione che, nell’avviluppare ed omologare il mondo intero alle proprie coordinate Tecno Economiche, sta oggidì imprimendo a sé stesso una velocità sinora mai vista. La marxiana intuizione di un capitalismo che divora se stesso, trova oggi una reale concretizzazione nell’immagine di un modello economico iperliberista che, sempre più, vive di fasi alterne e contrastanti. A momenti di vistosa euforia dei mercati, fanno sempre più seguito violente ricadute. A partire dal 1994, abbiamo visto succedersi almeno tre crisi economico finanziarie globali, l’ultima delle quali, quella determinata dalla bolla speculativa del 2008, a tutt’oggi ci ha lasciato in eredità un retaggio recessivo a livello globale. Ora pertanto, sic stantibus rebus, la questione non può più essere il confronto tra destra e sinistra o tra chi le riforme le vuole o meno o tra pseudo-pacifisti e guerrafondai d’accatto e via discorrendo, bensì tra chi è a favore della Globalizzazione e chi no, con tutte le ricadute che questo comporta. E, tanto per essere ripetitivamente chiari, se per Globalizzazione, al giorno d’oggi, noi intendiamo quel processo di assimilazione a livello globale dei parametri occidentali imperniati sul primato di quella perfetta interazione tra Tecnica ed Economia, assurta a livello di una forma di Monoteistico Pensiero Pensante, in grado di rispondere a tutte le istanze ed influenze esterne, annullandone la valenza, tramite un processo di continua auto contraddizione. Questo pensiero trova le proprie origini nelle ricadute teologiche di quel Monoteismo che, nel corso del proprio secolare sviluppo, va facendosi, in base al principio “sicut in coelis sicut in terris”, unico modello di sviluppo, sociale, politico ed economico, trovando poi concreta attuazione nei vari modelli di sviluppo che andranno via via, nei secoli a venire, palesandosi, dalle aspirazioni universalistiche della Chiesa dell’Evo Medio, all’attuale universalismo mercificatore che parte dal modello illuminista e cartesiano ed arriva all’attuale fase di Turbo Capitalismo, oltretutto caratterizzato da un decisivo ed autodistruttivo deterioramento ambientale, a livello globale. Ora, di fronte a tutto questo, occorre essere coerenti nel bene e nel male, parlando chiaro, portando alle conseguenze della più immediata quotidianità dell’agire politico, quelli che, a prima vista, potrebbero solo sembrare dei principi meramente astratti, cestinando definitivamente qualsiasi tentazione di compromesso o tendenza a vivacchiare bilanciandosi e non prendendo mai posizioni definitive. Non si può essere forza antagonista e di opposizione e non essere contro la Globalizzazione. E se è vero che Globalizzazione è uguale ad universalismo massificatore ed alienante, non si può non contrastare tutto questo nel concreto, non partendo dai suoi fondamenti socio economici, ovverosia quegli accordi globali che legano mani e piedi la volontà dei popoli. Pertanto, per quanto riguarda noi Europei ed Italiani, iniziare subito da un NO deciso a Liberismo, a moneta comune (Euro), a Maastricht e Lisbona, a WTO, a Tpp, Tisa e Ttip, a Nato, a Migrantes/Invasori, nel modo più assoluto.  Non è solo uno sterile e vuoto elenco di apodittiche e vuote negazioni, questo. Esso si sorregge su una sin troppo chiara base ideologica e programmatica, che trova il proprio momento fondante nella supremazia dell’Etica sulla Tecno Economia e sulla Religione stessa. Se la prima, qui assume la valenza di un mero strumento atto a realizzare la felicità di una Comunità, adattando i propri parametri alle circostanze richieste dal momento, non senza essere supportata e coadiuvata da una gentiliana “etica del lavoro”, imperniata sulla creatività dell’individuo e, pertanto, su un netto rifiuto del Liberismo ed una radicale critica del Capitalismo, i cui limiti sono, ad oggi, sempre più sotto gli occhi di tutti. Stesso discorso vale per la seconda, ovverosia la sfera religiosa, che dovrebbe farsi momento agglutinante dei valori della Comunità, in quanto parte dello “ius publicum” e non corpo ad essa estraneo, così come ad oggi accade, con il calzante esempio della Chiesa Cattolica. E qui dovrebbe tornarci alla mente l’esempio della civiltà greco romana, in cui l’ambito religioso coincideva, attraverso precisi riferimenti  mitopoietici (Roma fondata da Romolo, figlio di Marte, Atene posta sotto la protezione di Atena, etc.), con la sfera pubblica, senza alcuna disarmonia…A questo punto, o si sta da una parte o dall’altra, senza cincischiamenti o “moderatismi” di sorta. Ben venga chi apertamente ed in modo chiaro, si definirà liberale, borghese, filo capitalista e globalista. In questo, i Poteri Forti ed i loro rappresentanti “in terris” parlano sin troppo chiaro. E’ semmai da parte di quelle aree umane e politiche, che dovrebbero costituire l’opposizione che, come abbiamo detto, manca ancora quella chiarezza per andare avanti. Non ci può essere né moderazione, né mediazione, né accordo con il Sistema, ma un totale e chiaro rifiuto, costi quel che costi. Ecco, Linea Dura, dovrebbe essere il “logo” da cui partire, in grado di collocare sotto un unico comun denominatore tutti coloro che abbiano le idee chiare, al di là delle singole provenienze umane e politiche. Un primo passo in direzione di quell’idea di sociologica “orizzontalità” dell’agire politico, coadiuvata da una pratica della democrazia diretta, coniugata in un ambito plebiscitario, per quanto riguarda unicamente le scelte di ambito strategico, di contro alle vecchie e datate strutture verticistiche di formazioni partitiche, che noi vediamo essere attraversate da sempre più profonde crisi sistemiche e d’identità.                                                                                                                          

- Attualità -

 

UN POSSIBILE SCENARIO DOPO LA VITTORIA DEL NO

Una vittoria dal sapore quasi scontato, quella del NO alla riforma costituzionale proposta da Renzi and Co. Una vittoria che segue mesi caratterizzati da un intenso fuoco di sbarramento mediatico, che, contrariamente a quanto qualcuno avrebbe potuto sperare, non lasciavano adito a speranze che non fossero quelle di una netta vittoria del NO al quesito referendario. Mai, nella lunga e travagliata storia della politica italiana, si era visto un fronte tanto variegato e composito, quanto compatto nel rifiuto alle lusinghe renziane. E questo, nonostante gli auspici ed, i più o meno espliciti, caldeggiamenti da parte delle istituzioni internazionali e dei papaveri del “mondo di sopra”. La ragione di questo repentino apparentamento, che ha visto marciare fianco a fianco SeL ed Alleanza Nazionale, Forza Italia, Grillo e PD dalemiano, non è solo da ricercarsi nella imperfetta e raffazzonata ingegneria giuridica alla base del quesito referendario, bensì in una serie di motivazioni, dalla non facile identificazione. In primis, sta l’innata ed italica tendenza alla conservazione dello status quo vigente, in ossequio ad un, troppe volte malinteso e mal applicato, “bon ton” nei riguardi di quella Carta Costituzionale che, come recita la solita filastrocca “nata dalla Resistenza etc., etc.”, ha finito con l’assumere una valenza di quasi sacrale intangibilità. Accanto a questa motivazione di superficie, sta il fatto dell’esasperata competizione tra i vari partiti, per cui, qualunque mezzo va bene per buttar giù l’avversario e questo, nonostante partiti come Forza Italia, avessero inizialmente appoggiato il governo Renzi, collaborando attivamente alla stesura di alcune tra le sue proposte di modifica istituzionale. Quello stesso  spirito competitivo, cruccio e delizia delle nostrane cronache politiche, va esacerbandosi all’interno di una stessa formazione politica, come nel caso dello stesso PD, al cui interno una fronda capeggiata da personaggi della caratura di un D’Alema e di un Bersani, hanno non poco contribuito alla vittoria del NO. Motivi sicuramente validi questi, ma non decisivi, a parere di chi scrive, per capire realmente il senso di questo risultato che andrebbe, invece, ricercato in un quel profondo senso di malessere che, da un po’ di tempo a questa parte, va montando un po’ in tutto il mondo occidentale. Il recente consolidamento dei consensi del Front National francese e di Marine Le Pen, la Brexit britannica, il clamoroso ed inaspettato successo di Donald Trump alle presidenziali USA, sembrano voler dar forza ad uno scontento generale, le cui ragioni vanno ricercate nel fallimento del modello liberista e delle sue dissennate politiche di deregulation e delocalizzazione, facenti leva sulla sostituzione delle strutture industriali dei vari paesi (attraverso la loro dislocazione in contesti esteri, sic!) in favore di una capillare finanziarizzazione delle economie locali, attraverso lo sviluppo di un comparto terziario e di servizi, collegati a sempre più fatiscenti strutture industriali. Queste ultime, sempre più caratterizzate da un dequalificato mercato del lavoro, grazie ad una indiscriminata e suicida politica di sovrapposizione di masse di disperati direttamente importati dal Terzo Mondo, al fine di sostituire i locali ceti lavoratori, con una forza lavoro a bassissimo costo, tra l’altro esente da qualunque seria forma di rivendicazione, in quanto estranea al contesto in cui si trova ad operare. Parimenti a livello internazionale, le cosiddette “primavere arabe” ed i crescenti costi di un eccessivo interventismo in politica estera, sia in termini di ricadute terroristiche interne (dalle Torri Gemelle a Nizza…), che di eccessivo appesantimento dei conti pubblici dei vari paesi, hanno non poco contribuito ad una sempre maggior disaffezione generale e ad un porsi delle serie domande sulla validità e la convenienza di quel modello liberista, proprio da parte di quegli stessi che, sino a poco tempo prima, avevano mostrato un atteggiamento quanto meno quiescente, se non di aperto appoggio. E l’elezione di Trump, più di tutti gli altri fatti qui riportati, rappresenta una riconferma di quanto sin qui detto. Si prospetta dunque il ritorno ad un keynesismo in chiave post moderna, accompagnato ad un progressivo isolazionismo USA ed occidentale? Il ritorno a politiche nazionalitarie attraverso la progressiva revisione dei vari accordi internazionali? Forse è troppo presto per dirlo. Intanto, quello lanciato dall’Italia, rappresenta un ulteriore e chiaro segnale in direzione di quanto abbiamo già descritto. Ora, volendo fare un pronostico sugli sviluppi interni, delle due, l’una: o Renzi si dimette in favore del varo di un governo di scopo, di probabile natura tecnica, sino all’indicazione della data prossime elezioni politiche. O, attraverso un rimpasto, si dà luogo ad una riedizione riveduta e corretta del Patto del Nazareno, con un Renzi alla testa di un esecutivo sempre più condizionato da una sempre meno credibile Forza Italia. Alla luce di questo risultato, a parere di chi scrive, resta da vedere cosa vorranno fare le varie forze di opposizione, dai 5 Stelle a SeL, dalla Lega a Fratelli d’Italia ed a qualunque altra forza d’opposizione, perché, e questo sia ben chiaro, questo risultato di per sé non ha un senso compiuto, se non integrato, a breve termine, da altri e più incisivi NO. In base a quello che abbiamo già scritto, non ha nessun senso negare una riforma che voleva imprimere al nostro paese ed alle sue istituzioni, una trasformazione in un senso rigidamente oligarchico ed elitario, senza poi andare a rivisitare, rinegoziare e smontare l’intero edificio globalista con tutte le sue ricadute. Dall’ adesione ai vari trattati internazionali, alla Moneta Unica, passando dall’importazione schiavistica di masse di manodopera straniera, alle politiche di privatizzazione e di deprivazione del ruolo dello Stato nel regolare i meccanismi dell’economia e del mercato, il ruolo di una forza di opposizione oggidì, dovrebbe esser quello di porsi dei ben precisi e chiari obiettivi, senza i quali, l’Italia rischierebbe, ancora una volta, di perpetuare “ab aeternum”, una tradizione di gattopardismo e di immobilismo politico. Il tutto, per la gioia e la letizia dei Poteri Forti e dei suoi solerti (e mai rassegnati) rappresentanti.

- Esteri -

UN REQUIEM PER CUBA? IN MEMORIA DI UN DITTATORE SCOMODO

 

C’è un elemento che, di tutto il clamore mediatico sulla morte di Castro mi ha profondamente colpito: i media e gli organi ufficiali dell’isola caraibica , parlando della morte del Lider Maximo, hanno definito quella sua, una morte puramente “fisica”, lasciando intendere che lo spirito, il “genio” del leader avrebbe informato di sé la vita di Cuba per i tempi a venire. Certo, quella di Castro, non è solo la dipartita di un uomo, ma anche, e specialmente quella di uno stile. Invece, a detta di qualche povero imbecille, malato di un altrettanto trinariciuto e datato anticomunismo, il leader cubano rappresentava l’incarnazione del Male comunista incarnatosi in terra, l’apostasia vivente, un simbolo di sovversione da avversare e disprezzare con tutte le proprie forze. Quello di Castro fu, anzitutto, uno stile coniugato all’insegna dell’emergenza e della mobilitazione perenne. Sino a tarda età indossò l’olivastra divisa dei “barbudos”, quasi a voler sottolineare che la “sua” Rivoluzione non era e mai probabilmente sarebbe finita. La lotta contro l’imperialismo era ben di là dall’essersi conclusa. Volente o nolente, Fidel Castro ha assurto a simbolo-guida dell’emancipazione rivoluzionaria dei paesi del Terzo Mondo dall’oppressione dei paesi più ricchi e potenti dell’Occidente, in primis gli USA, con cui Cuba da sempre intrattiene uno strano rapporto di amore-odio, magnificamente sintetizzato dalle caraibiche vicissitudini di Ernest Hemingway. Uno iato di emancipazione non rivolto solamente, in modo tanto plateale ed aperto, nei confronti degli USA, ma anche, in modo più implicito, ma non per questo meno significativo, verso ogni altro imperialismo, attraverso l’assunzione della leadership politica e morale dei Paesi non Allineati. Questo, forse, a memoria ed in coerenza con un mai rinnegato passato di nazionalista, presto sostituito da una adesione a quel Socialismo Reale, per non più prorogabili cause di forza maggiore, determinate dalle pressioni USA, che vedevano con preoccupazione la politica di nazionalizzazioni del nuovo regime. Castro ha rappresentato il primo vero ed umiliante sganassone al trionfalismo USA ed alla sua arrogante politica del “cortile di casa” latino americano. Con la vicenda del Granma e dello sbarco clandestino sull’isola dominata dalla cricca di Fulgencio Batista, con una guerriglia condotta da pochi elementi e con grande povertà di mezzi, quella di Castro è stata l’apoteosi di una guerriglia insurrezionale, che avrebbe dato il “la” ad altre decine di episodi caratterizzati da una fortuna a fasi alterne, andando dalla tragica vicenda di Ernesto “Che” Guevara, a quella di Lumumba in Congo, sino alla vittoriosa guerra in Viet Nam, lasciando la propria traccia ideale nelle vicende della lotta di liberazione della Palestina di quegli anni, sino ad arrivare ad ispirare i moti del ’68 ed i successivi tentativi di lotta armata nelle varie nazioni del Primo Mondo, Italia in primis. Lo stile guerrigliero, la mobilitazione permanente, ma anche il carisma personale di Castro, faranno di Cuba un vero e proprio endemismo politico, in grado di coniugare Marxismo e Nazionalismo in una sintesi del tutto particolare e difficilmente ripetibile altrove. Certo, il modello marxista mostrerà tutti suoi limiti e le proprie storture, aggravati dalle pesanti sanzioni imposte dalla politica usurocratica statunitense ma, contrariamente a quanto accadrà in quasi tutti i paesi del Patto di Varsavia, a Cuba non si verificheranno mai sussulti e rivolte. Il dissenso sarà sempre limitato a poche, isolate individualità, per lo più legate all’ambito cattolico o, come nel caso dei cubani di Miami, a gruppi al servizio della Cia, il più delle volte collegati al malaffare ed al crimine organizzato, privi di qualunque seria e coerente progettualità politica, che non fosse un rozzo ed imbecille anticomunismo d’accatto. Come abbiamo già detto, se Castro farà della mobilitazione rivoluzionaria permanente, un vero e proprio stile di vita, ciò che ne animerà l’azione sarà uno spirito di irrazionale volontarismo, direttamente mutuato dalle narrazioni stirneriane e nicciane e che avrà i propri capostipiti nelle esperienze dei Totalitarismi della prima metà del Novecento e la propria prosecuzione ideale in tutti quelli, di “sinistra” o di “destra” che dir si voglia che, dalla seconda metà del Novecento avrebbero caratterizzato il proscenio di molti paesi del Terzo, ma anche quello di alcuni paesi del Primo Mondo. Qui, la personalità che si pone a capo di un movimento o partito rivoluzionario che dir si voglia, trova nel consenso totale delle masse, la riconferma di tale ruolo, via via investito di una valenza salvifica e quasi divina. Sotto questo profilo, sicuramente più “pragmatico”, le differenze ideologiche tra i Totalitarismi “laici” del Novecento, vanno assottigliandosi notevolmente. Sia il Marxismo, nella sue più concrete espressioni bolsceviche e maoiste, che il Fascismo, nelle sue molteplici varianti (a partire dal Nazionalsocialismo in poi), che tutte le varie forme di Socialismo eterodosso, a partire dal Peronismo, passando per il Nasserismo ed il Baathismo arabo, il Sandinismo, sino al Chavismo venezuelano, sono tutte accomunate dalla centralità del consenso di massa, accompagnato ad un’idea “etica” dello Stato che qui, contrariamente a quanto accade nelle democrazie liberali, è concepito quale protagonista attivo di primissimo piano, impegnato in un’opera di perenne rieducazione ed impostazione spirituale del cittadino, realizzata anche attraverso un massiccio intervento nell’economia. Di fronte a queste considerazioni, qualcuno potrebbe benissimo opporre osservazioni di ordine etico e morale, riguardanti cioè l’ambito dell’applicazione dei principi inerenti alle libertà individuali ed ai diritti umani che, in quasi tutte le esperienze totalitarie avrebbero, a detta di molti, subito notevoli limitazioni, arrivando, in alcuni casi, a vere e proprie pratiche genocidarie. Quanto commesso da Stati Uniti ed alleati, in tutto il mondo, negli ultimi sessant’anni, in nome della democrazia occidentale, dovrebbe, di per sé, già costituire un’eloquente e problematica risposta, accompagnata dalla considerazione su quanto relativa sia al giorno d’oggi, all’interno del mondo capitalista, l’idea di rispetto di quelle libertà individuali, troppo spesso limitate dall’invadenza di strumenti di condizionamento mediatico, economico e finanziario, sicuramente più rassicuranti e, talvolta, anche un tantino più discreti, ma non per questo meno insidiosi, anzi. A ben vedere, pertanto, l’errore di fondo che accomuna tutte le esperienze Totalitarie dell’ultimo secolo e le Democrazie Occidentali, risiede in quella insita tendenza a tutto voler uniformare ed omologare, al fine di procedere unitariamente al conseguimento di uno scopo, relegando la diversità ed il molteplice (che ne è il corollario logico) ad elementi secondari, dimentichi, invece, che proprio elementi come questi, costituiscono il fondamentale propellente spirituale per la crescita ed il perpetuamento di una civiltà che, proprio sul rispetto dell’Identità e della conseguente Sovranità, materiale e spirituale, dovrebbe fondarsi. Fermo restando quanto detto, permane, in chi scrive, l’istintiva simpatia per un modello quale quello castrista, nella fattispecie, molto più “verace” ed esplicito quanto ad intenzioni e modalità d’azione, piuttosto che per la prassi farisaica e finto buonista che caratterizza le attuali democrazie occidentali. Considerazioni sicuramente “scomode” queste, ma che non vogliono affatto eludere il fatto che, ahimè, molto probabilmente, abbiamo assistito non solo al funerale di uno tra i leader politici più controversi e, diciamolo pure, scomodi dell’ultimo secolo (tant’è che al suo funerale di leader e leaderini progressisti di fuori, praticamente non se ne son visti, sic!), ma anche, e principalmente, di un modo di concepire la politica. A chiusura del tutto, il contrasto tragico e stridente tra l’eroica rappresentazione di Fidel Castro e dei suoi Barbudos, assurti per sempre a simboli di quelle istanze di emancipazione e libertà che hanno attraversato l’intero Terzo Mondo ed oltre, a partire dalla figura di Simon Bolivar, e l’immagine rovesciata del fallimento politico ed umano di tali istanze, rappresentata dal lerciume e dalla miseria morale di chi, pagando fior di quattrini, a bordo di sudici barconi, fugge dal Terzo Mondo, per coronare con abitini firmati e cellulari, il proprio, piccolo, miserabile, sogno occidentale.

- Esoterismo -

L’ERMETISMO: UN PERCORSO NEI SECOLI

Nel mio girovagare tra le librerie romane, mi è recentemente capitato di metter gli occhi su un testo delle edizioni Mediterranee, “Hegel e la Tradizione Ermetica”, scritto da certo John Alexander Magee, insegnante e ricercatore universitario anglosassone. Tesi portante del libro, la decisiva influenza sul pensiero di Hegel di una delle più importanti correnti esoteriche del pensiero occidentale, quale l’Ermetismo, non senza apporti da parte dell’Alchimia, contraddicendo, in parte, la classica vulgata che vede in Hegel un acrimonioso e quanto mai pedante sostenitore e prosecutore di quel razionalismo che, nei vari Cartesio, Jeulinx, Malebranche e compagnia, ha i propri nobili natali. Con un lavoro di accurata dissezione delle opere di Hegel, il Magee mette a comparazione la metodologia ed i principi che, a suo dire, ispirano l’opera omnia del grande pensatore teutonico, con la ricca e tortuosa filiera del pensiero esoterico occidentale (esaminato, come abbiamo già rilevato, nella sua accezione più ermetica, sic!), arrivando, pertanto, alle conclusioni a cui abbiamo poc’anzi accennato, ovverosia all’idea che il pensiero occidentale, nella sua odierna configurazione, razionalista, illuminista, scientista ed economicista, abbia molti più debiti di quel che si potrebbe credere, con quelle oscure correnti. Considerata l’importanza di Hegel sul pensiero e, conseguentemente, sugli eventi occidentali, non ci si può, in questa sede, esimere dallo svolgere alcune approfondite osservazioni a riguardo. Non è difatti, la prima volta, che determinate espressioni del pensiero, quale per l’appunto quella esoterica, vengano citate o inserite a sproposito, determinando pericolose confusioni terminologiche e concettuali. Stesso discorso vale per determinate dottrine, quale appunto, quella ermetica, troppo spesso soggette a caciaronesche ed affrettate interpretazioni. Per “esoterismo”, si intende anzitutto, una modalità di pensiero, ovverosia quello concernente una conoscenza nascosta rivelata per simboli, il più delle volte attinente alla sfera più oscura ed iniziatica di una determinata dottrina, e non ad una specifica dottrina, oscurantista, spiritista o magica che dir si voglia, consistenti queste ultime, semmai, in aspetti secondari di questa, che essa possa o meno essere “esoterica”. Detto questo, ora ci possiamo chiedere se l’Ermetismo, nella sua accezione storica, possa essere inquadrato quale vera e propria dottrina esoterica.

 

Alle origini di una dottrina

Cominciamo con il dire che, ufficialmente, i natali dell’Ermetismo si pongono approssimativamente attorno al II sec. DC. ma, in verità, al pari di altre consimili, questa dottrina è un tipico prodotto delle istanze filosofiche e culturali rappresentate da quel grande momento di sintesi rappresentato dall’Ellenismo. L’espansione a livello universale della civiltà e della cultura ellenica, determinata dalle conquiste alessandrine, darà luogo all’incontro tra quest’ultima e le varie culture dell’arco del Mediterraneo e del Vicino Oriente, determinando delle vere e proprie forme di sintesi e sincretismo culturale e religioso, tutti coniugati all’insegna della misteriosofia. Il perché di questa impostazione è presto detto: l’eredità di Alessandro Magno con la suddivisione del suo immenso impero in Stati a carattere universalistico, governati dai Diadochi Greci (e pertanto inizialmente estranei alle culture locali, come nel caso dei Tolomei in Egitto, tanto per fare un esempio…) rappresenta un po’ la fine della Polis/Città Stato e della sua concezione di osmosi tra la sfera individuale del cittadino e quella pubblica sino ad allora, per l’appunto rappresentata da quest’ultima. Il cittadino dello stato ellenistico si sente disperso ed atomizzato, all’interno di un contesto che gli è spesso estraneo e finisce, pertanto, per rivolgere la propria attenzione a forme di religiosità o di credo filosofico a carattere salvifico, in grado, cioè, di garantirne la sopravvivenza dell’anima nella dimensione di quell’ “aldilà” che, sino a quel momento, era stato relegato al ruolo di “Ade”, vero e proprio Regno delle Ombre e che, invece, ora finirà con l’assumere un ruolo centrale in molte misteriosofie, non senza lo svolgimento di un percorso iniziatico, in grado di operare quella elevazione dell’anima del miste in direzione della sostanza divina sino ad arrivare, in taluni casi, a delle vere e proprie forme di teurgia, ovvero all’identificazione del miste con la sfera divina o, quanto meno, ad un attivo rapporto di interrelazione “alla pari” con quest’ultima. Pertanto l’intero contesto del pensiero filosofico e religioso, finisce con l’assumere , molto spesso, una valenza di vero e proprio salvifico “consolamentum” , rivolto alla sfera interiore dell’individuo. L’Ermetismo, nella fattispecie, ci sembra essere più vicino a quest’ultima ipotesi.

Per inciso, quanto sin qui detto non significa che il mondo classico pre-ellenistico, non fosse caratterizzato da dottrine a carattere esoterico od iniziatico che dir si voglia. Tutt’altro. Basterebbe citare i Misteri Eleusini, l’Orfismo o il Pitagorismo, solo per citare qualche esempio. E’ che, venendo la sfera religiosa vissuta in una maniera più diretta ed immediata, arrivando addirittura a privilegiare un rapporto diretto con la sfera civica, il lato misterico era dato per scontato, perché parte costituente di un determinato corpus, costituito anche e principalmente da un aspetto più propriamente “essoterico” e divulgativo. Tornando all’Ermetismo, la data ufficiale di nascita di questa dottrina viene generalmente collocata attorno al II sec. D.C. ma, proprio in virtù di quanto sin qui detto, le sue esatte origini si collocano nel contesto che abbiamo or ora tratteggiato. Per Ermetismo si intende una dottrina imperniata sulla sintesi tra la figura greca di Hermes/Mercurio e l’egiziano Toth, dio della Morte. Mercurio è divinità psicopompa, il suo accompagnare le anime nell’Oltretomba si accompagna ad una valenza salvifica, espressa dall’immagine del suo caduceo. In lui pertanto Vita e Morte, Disfacimento e Vigoria sono intimamente connessi, al pari di Toth il suo paredro egizio, divintà ermopolitana, sapienziale, ordinatore dei mondi, la cui valenza di “sole morto”/luna, gli conferisce un ruolo fondamentale accanto ad Osiride nel Duat/Oltretomba, nell’effettuare quella “psicostasia” o giudizio delle anime dei defunti. Anch’egli finisce, pertanto, con l’assumere la doppia valenza di una sapienza, rivolta alla sfera celeste ed a quella infera al medesimo tempo. Una sapienza che può farsi percorso salvifico per il miste, riguardando sia la sfera spirituale che quella meramente fisica di quest’ultimo.

 

Le Influenze dottrinali

Ritornando al contesto delle influenze che l’ambito ellenistico e tardo-antico, trasmisero all’Ermetismo, non si può qui non menzionare il ruolo fondamentale giuocato da Gnosi e Neoplatonismo. Fondamentale è, a questo proposito, il ruolo giuocato da quella particolare impostazione dottrinale che accompagna ambedue queste narrazioni del tardo platonismo, rappresentata da quel concetto di “emanazionismo” che finirà con il permeare l’intero contesto tardo-antico. Alla base di questo concetto sta l’idea platonica di una dimensione terrena intesa quale imperfetto “riflesso” dell’algido Mondo delle Idee. Nella sua successiva fase neoplatonica, viene messa in risalto l’idea di una dimensione terrena frutto dell’emanazione di un Uno immobile ed indifferente, in questo coadiuvato da un negativo intermediario divino, rappresentato dalla figura del Demiurgo nel ruolo di materiale creatore del mondo, così come riportato dalla originale narrazione platonica. Se, come abbiamo già visto, quello dell’emanazione risulta essere il motivo base di ambedue le narrazioni, neoplatonica e gnostica, finisce nel contempo per divenirne anche un motivo di discrimine, proprio perché finisce con l’essere da ambedue interpretato in modo affatto differente. Se per il Neoplatonismo, l’idea di un principio Primo da cui il creato intero è “emanato”, non è di per sé negativo, anzi; nelle varie espressioni della narrazione neoplatonica, questo principio finisce con l’assumere una valenza di magico incantamento, legato com’è all’idea che l’universo intero sia in tutti suoi aspetti strettamente collegato ed interrelato al Principio Primo. La stessa impostazione nella Gnosi è, invece, concepita in un’accezione totalmente negativa. Il creato è sì espressione di un’emanazione del Principio Primo, intesa però come una forma di progressiva degradazione che porta ineluttabilmente a quella materia bruta, che costituisce la base dell’universo e da cui l’essere umano può liberarsi solamente ricercando e sfruttando quelle scintille di materia divina sparse nel creato e che ne costituiranno la base per iniziare un lungo percorso di risalita verso il Principio Primo, in un afflato tendente alla progressiva liberazione dalla materia. Il radicale dualismo gnostico andrà poi accentuandosi nel Manicheismo e nel suo ancor più profondo disprezzo per la materia. All’interno dello stesso ambito gnostico, sorgeranno nel primo Evo Medio sette quali Pauliciani, Bogomili e Catari, in ispecial modo, che dimostreranno disprezzo per l’istituzione della famiglia e della riproduzione si et si. Al pari del Neoplatonismo, anche la Gnosi concepisce (di riflesso, sic!) l’universo intero come un reticolo di interrelazioni tra l’alto ed il basso. La Gnosi, al pari del Neoplatonismo finiranno con l’influenzare decisamente sia il paganesimo che l’emergente cristianesimo, non senza toccare l’ebraismo, arrivando sinanco all’Islam, (in ispecial modo, per quanto riguarda la sua versione sciita).

L’influenza che Gnosi e Neoplatonismo eserciteranno sull’Occidente sarà notevole e lascerà un’eredità che, ad oggi, è difficilmente quantificabile ma che, a voler essere concisi, può esser riassunta in due filoni. Da una parte quel processo di “astrattizzazione” del divino che finisce con il relegare quest’ultimo ad una dimensione, per così dire, “noumenica”, eterea, determinando nei secoli quel vuoto spirituale che, in Occidente, spalancherà la strada all’avvento della Tecno Economia Globale. Dall’altra sia la Gnosi attraverso i suoi autori, da Basilide a Valentino, da Bardesane a Marcione che il Neoplatonismo con Plotino, Giamblico e Proclo, eserciteranno un’influenza in un senso decisamente emanazionista e misteriosofico, dando luogo a delle vere e proprie forme di eterodossia ed eresia sia all’interno delle tre grandi religioni monoteiste che anche al di fuori di esse, nello stesso ambito del tardo paganesimo esercitando, in seguito, una silenziosa, ma rilevante influenza, su molti aspetti del pensiero occidentale a venire. Ritornando alle tre religioni monoteiste, per quanto riguarda il Cristianesimo, ci basti citare l’esempio della matrice gnostica delle sette bogomile, pauliciane, catare e  templari dell’Evo Medio. La stessa influenza gnostico-neoplatonica può essere riscontarta sia per quanto attiene l’Islam (nelle sue varianti sciite, con l’Imamologia iranica, che in quelle sunnite con la dottrina Sufi) sia per quanto attiene il contesto ebraico dall’Evo Medio in poi, tramite la dottrina cabalistica. Possiamo pertanto dire che l’Ermetismo può, a pieno diritto, esser collocato in un ambito che oscillante tra l’impostazione gnostica e quella neoplatonica. Qui, l’idea di una principiale emanazione si accompagna al principio di una stretta interrelazione tra la sfera celeste e quella infera del mondo materiale, conformemente al principio “in basso come in alto”. Pertanto sta all’iniziato saper cogliere quegli aspetti del mondo numinoso presenti nella dimensione terrena, al fine di effettuare un percorso che lo porti progressivamente verso la perfezione sia interiore che (cosa che distacca l’Ermetismo dal paradigma gnostico) esteriore, fisica, in virtù di quell’aspetto taumaturgico di cui Hermes/Mercurio e lo stesso egizio Toth si fanno latori.

 

Nascita e natura dell’Ermetismo.

Come abbiamo avuto già modo dire, la data ufficiale dell’Ermetismo va collocata in un arco di tempo che va dal I secolo a.C. circa sino al III secolo, attraverso la formazione e la pubblicazione divarie raccolte di scritti, composto dai testi di vari autori tardo antichi. Tra le più famose di queste raccolte spiccano il “Corpus Hermeticum” che, al pari della più famosa “Tabula Smaragdina”, (il cui miracoloso ritrovamento si sussurra essersi verificato in Egitto, prima dell'era cristiana, su una lastra di smeraldo, successivamente tradotta dall'arabo al latino nel 1250), fu inizialmente attribuito allo stesso Ermete Trismegisto ed è, ad oggi, composto di 17 scritti redatti in greco; un diciottesimo, invece, consiste in un trattato in latino dal titolo Asclepius, oltre ad  una serie di scritti, inseriti nelle opere di Stobeo (V secolo). La varietà degli autori e dei loro scritti propende a favore non tanto di una unitaria dottrina filosofica, quanto piuttosto di un corpus di conoscenze che, coerentemente con il clima di sintesi e sincretismo tipico dell’Ellenismo, oltre a risentire primariamente dell’influenza di Gnosi e Neoplatonismo, avrebbe risentito anche dell’ apporto culturale dello Stoicismo, della religiosità iranica e di altre forme di religiosità vicino-orientali, impostando la propria dottrina sull’idea di quella già citata, stretta interconnessione tra il microcosmo individuale ed il macrocosmo celeste, regolata dall’alternarsi dei  principi di simpatia ed antipatia. L’Ermetismo si fa dunque, veicolo in grado di addivenire alla conoscenza ed alla comprensione di questi oscuri meccanismi magico-astrologici, grazie alla quale l’uomo può effettuare quella catarsi in grado di risollevarlo dalla oscura condizione di materialità in cui si trova gettato sin dai primordi. E questo anche grazie alla ricerca di quelle tracce di divino o “vestigia” presenti nel mondo materiale, ma che solo alcuni, anzi pochi iniziati, hanno la facoltà di rinvenire al fine di raggiungere quella catarsi che sempre più (anche attraverso un continuo processo di reincarnazione delle anime…sic!) li avvicinerà alla sfera divina. Non solo. Quella valenza taumaturgica che caratterizza l’Ermetismo, ne porta all’accostamento ad altre due fondamentali pratiche che, in questo periodo, in Occidente conosceranno un’ulteriore fase di fortuna: l’Alchimia e l’Astrologia. Senza entrare in ulteriori dettagli, possiamo dire che al pari dell’ Ermetismo, Alchimia ed Astrologia, attraverso procedimenti apparentemente meccanici nella loro banale naturalezza, animati da scopi dalla parvenza materiale, quale la trasmutazione del vile metallo in oro, o l’osservazione degli astri, puntano (in ispecial modo nel caso dell’Alchimia, sic!) alla trasformazione dell’animo dell’individuo, da una sfera meramente umana, ad una di sovrumana perfettibilità. Anche qui, l’uomo è in correlazione con il macrocosmo, ancora una volta, il mondo materiale si fa veicolo ed opportunità per l’elevazione di quest’ultimo. Tutte queste discipline conosceranno alterne fortune, dall’Evo Medio sino alla Rinascenza, sino a doversi confrontare con i marosi della Modernità, quasi a sparire, salvo poi riapparire in forme e modalità del tutto inusitate.

 

La reale natura dell’Ermetismo

Tutte le spiegazioni sin qui date, servono a contestualizzare la materia, al fine di prepararci alla questione nodale del pensiero ermetico, ovverosia su quale debba essere la natura dell’ “elevazione” dell’uomo verso la celeste dimensione. Se di puro e semplice “consolamentum” debba trattarsi o, invece, di qualcosa di molto più dirompente. Per dare una risposta a questo quesito, bisogna andare a cogliere un aspetto misconosciuto o, comunque, non sufficientemente sottolineato del triangolo di pensiero Gnostico-Ermetico-Neoplatonico. Tutte e tre queste dottrine, rientrano, in un modo o nell’altro, nell’ambito di quell’antica pratica chiamata teurgia, consistente nella possibilità per il miste di interagire in un rapporto quasi paritario con l’elemento divino, sino ad arrivare ad orientarne le decisioni. Nel caso dell’Ermetismo e dei suoi correlati, questo elemento assume una veste del tutto peculiare. Qui l’enunciato-base è rappresentato dall’idea che Dio o l’Uno che dir si voglia, abbia bisogno di creare il mondo (e di conseguenza l’uomo) per prendere coscienza di se stesso (quella “autoctisi” di gentiliana memoria, sic!). Pertanto, attraverso il proprio processo di incarnazione, Dio raggiunge la propria perfezione, pervenendo alla piena coscienza di sé e facendo, pertanto, coincidere la propria coscienza con quella di quell’uomo che, quasi in un metafisico giuoco di specchi, finisce con l’avvicinarglisi pericolosamente, finendo con il far coincidere la propria individualità con quella divina. E’ quanto, in un modo o nell’altro, l’Ermetismo va proclamando in modo più o meno velato od aperto, a seconda del contesto in cui si trova ad interagire. Tutti i grandi protagonisti del pensiero ermetico con accenti e toni via via differenti, si fanno portatori di un pensiero che se, inizialmente, può esser scambiato per una semplice riflessione di natura teosofica, dalla matrice quasi fideistica, finisce invece con il disvelare la propria natura eterodossa, sconfinando nell’emanazionismo di stampo gnostico o neoplatonico, sino ad arrivare a quella mai sopita tentazione di far coincidere l’uomo, l’iniziato, con lo stesso Dio. E così se l’Evo Medio, (dominato da una parte dall’aristotelismo dall’altra da eresie di matrice gnostica…) certe cose le sussurra, la Rinascenza, con la sua riscoperta della grecità e del Neoplatonismo, certe cose le afferma apertamente, forte di una virulenta riscoperta di quell’antropocentrismo che, della classicità greca, fu imprescindibile elemento. E qui iniziano i primi problemi. 

 

L’Ermetismo tra Modernità e Tradizione

Tornando a quanto già precedentemente accennato, L’Ermetismo, nel suo palesarsi, non si presenterà come vera e propria dottrina unitaria, o quanto meno, se anche partirà da una impostazione inizialmente unitaria, forse proprio a causa del proprio occultamento nei bui secoli dell’Evo Medio, finirà con l’assumere la valenza di una modalità di pensiero che accomunerà a sé autori ed impostazioni spesso differenti, andando ad intersecarsi e ad influenzare le altre nuove forme di pensiero che andranno via via presentandosi, non senza, però, esserne a sua volta influenzato ed, alfine, pericolosamente snaturato.

Se per autori dell’Evo Medio come Ildegarda di Bingen, Ruggero Bacone, Meister Eckhart, Raimondo Lullo ed altri, l’impostazione ermetica si inserisce a pieno titolo in un ambito di riflessione “teosofica”, per altri, a partire da Nicola Cusano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola o Giordano Bruno, invece, l’Ermetismo si contestualizza in quel contesto di ritorno alla centralità dell’individuo, che trova nella riflessione filosofica il proprio asse portante. Invece per autori quali Agrippa di Nettesheim, Paracelso, Robert Fludd, John Dee, Comenius ed altri ancora, l’anima ermetica si incarna in un ambito di pensiero puramente “magico”, irrazionale, che trova in un contesto alchemico o astrologico, le proprie più vivide espressioni. Diciamo pure che l’Ermetismo, nelle sue mille espressioni, pur facendosi latore di tesi ardite ed “eretiche”,  dovrebbe restare in qualche modo fedele ad una primigenia impostazione di pensiero “tradizionale”, che vedrebbe le varie tesi esposte, correlate all’idea di un percorso di perfezionamento interiore dell’individuo, nell’ambito di una stretta ed inscindibile relazione armonia con l’elemento divino che permea di sè l’universo intero. Ma, con l’avanzare della Modernità questa istanza va assumendo la valenza di uno smisurato ed arrogante individualismo antropocentrico, dato dalla costitutiva ambiguità del pensiero occidentale in tutte le sue espressioni e di cui il razionalismo cartesiano al pari dello “scientia est potentia” di Francesco Bacone, rappresenteranno quelle tra le più classiche ed eclatanti espressioni.

 

L’Ermetismo ed il pensiero di Hegel

E qui veniamo al problema dell’essenza del pensiero di Hegel e del testo di Magee. Al pari di Kant, Hegel è quello che, senza mezzi termini, potrebbe esser definito quale autore-crocevia, poiché si pone a cavallo tra due diverse impostazioni epocali di pensiero. Ambedue i filosofi possono essere definiti due grandi ri-ordinatori e coordinatori del pensiero occidentale, sia pur sotto ottiche differenti. Hegel vivendo la tormentata genesi della Modernità, attraverso eventi epocali quali la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche, aspira alla creazione di una Filosofia vista quale “mathesis universalis”, in grado di fermare e dare un ordine all’irruenza del Divenire nella Storia. L’idealismo hegeliano si fa forte dell’idea di un procedimento di dialettica logica trifasico che, attraverso i momenti di Tesi, Antitesi e Sintesi è visto quale momento cardine, in grado di dare ordine e senso ad un mondo, che trova il proprio inveramento in quella perfetta armonia tra la dimensione del Pensiero Individuale e quella del Pensiero Assoluto che, nel proprio epocale svolgersi e manifestarsi vanno coincidendo ed intersecandosi, alla guisa di due sovrapposti piani circolari, a questo portati dalle proprie rispettive, perenni, rotazioni. In questo Hegel fa sicuramente proprie, in modo disinvolto, le categorie del pensiero ermetico. L’idea di un Dio che per prender coscienza di sé, ha bisogno di creare il mondo, finendo con l’incarnarvisi in esso (così come accade con il Cristianesimo) è, in questo, significativo. Altrettanto significativi possono essere considerati i riferimenti a tutta una simbologia esoterica di matrice alchemica ed ermetica. Riferimenti questi, sicuramente”di spessore”, ma non determinanti, al fine di conferire ad Hegel, con apodittica certezza una matrice ermetica, almeno nel senso più classico del termine. Altrettanto sicuro ed inoppugnabile il fatto che Hegel abbia in qualche modo risentito delle circostanti influenze culturali, rappresentate dal milieu pietista svevo e dal contesto massonico-rosicruciano, oltre alla vicinanza culturale (e fisica) con Fichte, Schelling, Holderlin, Novalis ed altri autori facenti parte invece del vasto arcipelago romantico e delle sue espressioni magico-idealiste. Altrettanto vero, però, che nel suo interfacciarsi con la grande famiglia del pensiero Ermetico, Hegel ne recepisce appieno quello spirito più tardo, influenzato dalle istanze della sorgente Modernità, tutte egualmente improntate, come abbiamo già visto, ad un’immagine degenerata ed egotista di quest’ultimo, per cui coincidendo ambedue le sfere, quella umana e quella divina, l’uomo si fa Dio, improntando in modo materialista ed economicista, l’intera realtà. Lo stesso configurarsi dei gruppi esoterici, all’alba dell’Illuminismo, andrà proprio palesandosi in tal senso. Oltre a personaggi del mondo della cultura, a prender parte alle nascenti realtà esoteriche, rosicrucianesimo e massoneria in primis, sempre più saranno esponenti della nobiltà, del mondo del commercio e dello stesso clero (sia protestante che cattolico, sic!), andandosi così a determinare delle vere e proprie oligarchie, legate ad interessi via via sempre più lontani da quelli che avrebbero dovuto essere i motivi scatenanti del fenomeno,inizialmente improntato ad una ricerca nelle più profonde sfere dell’umana spiritualità. Altro fondamentale aspetto, è rappresentato dalla non irrilevante influenza dell’impostazione culturale e religiosa monoteista, qui esplicitata dalle sue varianti gnostico cabalistiche che andranno ad integrarsi pienamente alle istanze di matrice veterotestamentaria, alla base della sorgente civiltà illuminista e mercantilista. Un’influenza che, in particolare, si farà sentire attraverso gli scritti del noto cabalista Isaac Luria, non senza dimenticare, però, il costante manifestarsi di questo sapere attraverso i secoli, a partire da un Pico della Mirandola sino ad arrivare ad uno Jakob Bohme, i cui scritti suscitarono in Hegel un certo interesse che andò ad intrecciarsi con quello per gli scritti di Oetinger, altro rilevante esponente del pensiero esoterico germanico, di ambito protestante. Tutti questi interessi, sono strettamente legati all’idea della realizzazione di quella “Chiesa Occulta” a carattere universalistico, nella veste di sapere occulto “globale, quale unica espressione di fede in grado di accomunare i saperi del mondo intero e che, del Globalismo, costituisce la fondamentale base ideologica. Non solo. Conformemente allo spirito utopista, intriso di monoteistico finalismo metafisico, Hegel aspira a fare della propria filosofia, la narrazione finale che condurrà l’umanità tutta, ad una globale elevazione e presa di coscienza, anticipando, in tal modo, le istanze che stanno sempre alla base della Globalizzazione, basate su un principio di livellamento ed omologazione a livello planetario. E, tanto per dare un colpo finale alla tesi di Magee, il principale assunto di Hegel è concentrato in una frase che dovrebbe dircela lunga a riguardo: “Tutto ciò che è reale è razionale, Tutto ciò che è razionale è reale”, imprimendo una forte chiusura a qualsiasi possibilità di apertura a quella concezione misterica della realtà, che sta alla base di qualunque forma di pensiero esoterico o misterico che dir si voglia. Hegel, come abbiamo visto, vivrà e studierà a stretto gomito con Fichte ed altri rappresentanti del Romanticismo germanico. “En kai Pan/Uno e Tutto”, ovverosia Unità nella Molteplicità e Molteplicità nell’Unità, compenetrazione ed osmosi di opposti che finiscono con il coincidere in un’unica onnipervadente realtà. Con la differenza che, ad un certo punto, i suoi compagni di strada romantici, inizieranno a “deviare” in direzione di un irrazionalismo etnocentrico, da cui prenderà le mosse quella grande riscoperta del mito delle origini indoeuropee che, attraverso i successivi studi di Bopp, Grimm, etc., relegheranno la Bibbia, la Cabala e via discorrendo, (sino ad allora considerati quali momenti-principiali per la conoscenza del mondo) ad un ruolo secondario, rispetto alle singole tradizioni primordiali di riferimento. Hegel, invece, nel rimanere profondamente legato al contesto monoteista e veterotestamentario, vivrà dei forti contrasti con lo stesso Fichte e, successivamente, con Schopenauer e con tutta una serie di autori di cui non condividerà l’irrazionalismo, rimarcando, in tal modo, la propria differenza con Kant che, invece, farà della realtà un “noumeno”, ovverosia un qualcosa di indefinibile ed inconoscibile, dando la stura alle successive “deviazioni” della filosofia occidentale, in chiave irrazionalista.

 

Natura ambivalente dell’hegelismo

Questo non significa, però, che Hegel sia completamente legato al carro del razionalismo illuminista e successivamente positivista, come, dopo quanto detto, si sarebbe tentati a credere. Cominciamo con il dire che Hegel fa proprie le modalità del pensiero esoterico, quali simboli, contesti di pensiero, etc., per reinterpretarli, però, ad “usum delphini”, ovverosia, in chiave propria. La valenza di “mathesis universalis”, a cui abbiamo già accennato, che Hegel vuole conferire alla propria narrazione filosofica, troverà sicuramente in Feuerbach e Marx, (tanto per citare due, tra i molti suoi successivi interpreti), dei disincantati allievi, proclivi ad un antropocentrico materialismo, di cui lo stesso filosofo germanico è indicato essere il principale ispiratore. Ma Hegel rimane, giuocoforza, inserito nell’ambito della tematica dell’ambiguità e della doppiezza del pensiero occidentale di cui, anch’egli è parte in causa. E’ vero. L’ “autoctisi” hegeliana può essere interpretata in senso astratto, materialistico, al pari della sua “scientia” dialettica. Ma, in tutto questo, riaffiora un lato oscuro che porta il pensiero hegeliano a deviare verso lidi altri, da quelli dell’algida razionalità illuminista. L’Assoluto, l’Infinito, Dio, hanno bisogno di creare il mondo e, sinanco l’Uomo per prendere coscienza di sé, anzi, trovando nell’Uomo colui che, attraverso la propria elevazione al di sopra della Natura Naturans, darà a Dio la riconferma del proprio esser-ci, della propria ipseità. L’Uomo, finisce così, con il farsi Dio, sostanza assoluta, facendo dipendere la reificazione dell’intero creato dalla propria mente, inaugurando la Modernità all’insegna di un paradosso senza soluzione: se, dunque dalla mente di questi può dipendere l’intera realtà, quale mondo può determinare una mente avida e corrotta? Siamo di fronte ad una forma di perversa teurgia alla rovescia o semplicemente ad una metafora filosofica sul significato e sulla fisiologia della civiltà occidentale? Hegel, fa da battistrada a quello che sarà il volontarismo superomista degli Stirner e dei Nietzsche del 19°secolo? Oppure, attraverso la modalità di una narrazione filosofica che vuole spalancare all’intero genere umano la possibilità di una elevazione delle coscienze, coincidente con la sfera del Pensiero Assoluto e, pertanto, con quella di una assoluta felicità e completezza, vuole addivenire allo stadio finale di quel pensiero utopista occidentale che aveva preso le proprie mosse dai Millenaristi del 13° secolo, attraverso i vari Tommaso Moro, Giovacchino da Fiore, Tommaso Campanella, sino ai vari Fourier e Babeuf?

 

In conclusione

E qui la risposta non può essere univoca. Proprio in nome di quella ambiguità, di quella endemica “doppiezza” connaturata al pensiero occidentale, si può dire che, al di là delle elaborazioni dei vari Feuerbach e Marx, Hegel può esser, al medesimo tempo, inteso sotto tutti i punti di vista che abbiamo annoverato ed, al contempo, sotto nessuno di questi. Pertanto, riassumendo. In quanto riordinatore del pensiero occidentale, al pari di Immanuel Kant, nel farsi latore di una serie di complesse tematiche, Hegel non può, “sic et simpliciter”, esser incasellato ed inquadrato in modo apodittico, a parere di chi scrive, sotto un unico denominatore. Quanto detto, ci riconferma l’immagine di un pensiero occidentale che va assumendo una valenza di vero e proprio “magnum mysterium”, in grado di far convivere accanto al più algido razionalismo positivista ed al più fervido ed illuminato utopismo progressista, un lato di oscura irrazionalità, che fuoriesce da un cupo Abisso senza fondo, da un Chaòs primordiale in cui tutto è in potenza e da cui, l’Uomo, in virtù di un rapporto simbiotico con quest’ultimo, può trarre elementi in grado di prefigurare la realtà a proprio piacimento…

 

E, nel rivolgerci nuovamente alle Origini, Hermes è divinità psicopompa, messaggero, dio dei ladri, ma anche divino garante dell’umana “salus”, e padre putativo di Ulisse, a cui trasmette il dono di un ingegno multiforme che non si manifesta solo attraverso l’arte della guerra. L’inganno, l’abilità narrativa, le arti manuali, una inestinguibile curiosità al limite della “hybrys”, qui non sono più intese quali turpi bassezze, bensì quali divine capacità, in grado di fare dell’uomo , un “ubermensch/superuomo” ante litteram, in grado di elevarsi verso quella dimensione dell’ “altrove”, tanto vicina, eppure irraggiungibile, nella sua veste di vero e proprio inestinguibile propellente per quel viaggio senza fine che, dell’Occidente, quello autentico, costituisce, l’autentica natura….                                                                                       

- Esoterismo -
UNA STORIA MAGICA ITALIANA: IL GRUPPO DI UR

 

Potrebbe sembrare l’ambientazione di un romanzo fantasy, una di quelle vicende che, proprio a causa dei propri contorni onirici e soporiferi, qui in Italia proprio non riusciresti a vedercela ambientata, in una città come Roma poi, figuriamoci…forse nelle nebbiose calli di Londra o negli angusti vicoli di Praga o, ancor meglio, all’ombra delle inquietanti guglie gotiche parigine, il risultato sarebbe stato di sicuro effetto; nella stessa oscura ed allora maleodorante megalopoli di New York, sarebbe stato sicuramente meglio, visto che, oltreoceano ancora si facevano sentire gli echi della presenza di personaggi come H.P.Blavatskji o ancora facevano, in quel momento, sentire la propria, scrittori del calibro di un Lovecraft. E invece no, i protagonisti di questa strana storia, tutta italiana, si muovono giustappunto in Italia, nella Roma degli anni Venti del secolo passato. E, proprio alla faccia di tutti coloro che, con la spocchia tipica di una certa cultura dell’intolleranza, affermano che fermenti culturali allora proprio non ve n’erano, se non grigia e codina osservanza ai dettami imposti dal regime, la nostra vicenda si svolge proprio durante gli anni del tanto vituperato Ventennio fascista. Roma, al pari di altre città in Italia ed in Europa è, in quegli anni, animata da un incredibile fermento culturale. La fine del Primo, tragico, conflitto mondiale, aveva fatto riemergere, in tutta la loro virulenza, tutte quelle istanze politiche e culturali che, a partire dalla fine del 19° secolo, avevano sconvolto i canoni di pensiero occidentali, sino ad allora poggianti su un rassicurante positivismo di matrice illuminista ed a cui, sembravano fare da contraltare solo le coordinate di pensiero hegeliane. Ma, da fine ‘800 in poi, le cose sembrarono prendere ben altra piega. L’entrata in quella che può essere considerata la fase tailorista e fordista dell’economia occidentale, caratterizzata da una considerevole accelerazione e da un considerevole salto di qualità nell’organizzazione della stessa, per quanto paradossale possa sembrare, va accompagnandosi ad un aumento delle ansie e delle incertezze dell’uomo moderno, che staranno alla base della ventata di irrazionalismo che andrà sconvolgendo l’intero panorama intellettuale europeo di quegli anni. Un irrazionalismo che andrà accompagnandosi, altresì, ad una inusitata tendenza alla sintesi tra correnti pensiero apparentemente opposte ma, in verità, l’un l’altra legate ed accomunate dal “fil noir” di quell’irrazionalismo di matrice spiccatamente vitalista. E così se dal punto di vista politico, il comunista George Sorel troverà un valido interlocutore e compagno di viaggio nell’ultramonarchico e cattolico Charles Maurras e nella sua Alliance Francaise, se socialisti come Benito Mussolini e molti militanti provenienti dalle fila dell’anarco sindacalismo si uniranno ai nazionalisti per quanto attiene le varie rivendicazioni nazionali, da un punto di vista più strettamente culturale, il sorgere delle avanguardie artistiche e della loro innovativa visione pluridimensionale e pluriprospettica  della realtà, caratterizzata, come nel caso del Futurismo, dall’esaltazione per una radicale innovazione tecnologica e politico-sociale, sic!) si accompagna ad una netta ripresa, sia dal punto di artistico (con il movimento pittorico pre raffaellita, per esempio…) che da quello più propriamente ideale, ad una riscoperta e ad una rivalutazione di tutti quei motivi legati alla sfera mitica ed archetipica di un popolo, in osservanza ai canoni dell’idealismo magico dei vari Novalis e Michaelstaedter. Il Primo Conflitto Mondiale rappresenterà il forno alchemico, l’ Atanor, in cui tutte queste sensibilità andranno a convergere e sintetizzarsi in varie esperienze, come nel caso di quella del fiumanesimo dannunziano e, immediatamente dopo, nel caso di quella fascista. Questo è il clima culturale che fa, dunque, da sfondo alla nostra storia. Come abbiamo già detto, Roma in quegli anni, è attraversata da un notevole fermento culturale, all’interno del quale spiccano alcuni strani tipi. Sono tutti eruditi di gran livello, provenienti dalle più disparate esperienze culturali ed esistenziali. Taluni hanno alle spalle esperienze con riviste futuriste come “Lacerba” di Papini e Soffici (come nel caso di Arturo Reghini, sic!), altri vengono dal Dadaismo (è il caso di Evola), altri ancora sono teosofi ed antroposofi (come Colazza), massoni (Reghini e Parise), cattolici guenoniani (Guido De Giorgio), kremmerziani (come Quadrelli), accademici (come lo psicanalista Servadio), studiosi di esoterismo e uomini d’azione (come l’alpinista Rudatis)  o tutt’insieme le cose, in un continuo passare da un’esperienza all’altra; il tutto, molto spesso, reso più vivido dall’esperienza del fronte. Ufficialmente costituitosi nel 1927, il Gruppo di UR, (non smentendo il proprio nome ad memoriam della mitica Ur dei Caldei, ma anche a memento di quell’Ur che, in veste di suffisso linguistico archetipale, rammenta il concetto di origine anche in lingue indoeuropee come per il tedesco“ur-vald/foresta delle originio-giungla”, sic!) in tedesco inizia caratterizzandosi proprio per la pubblicazione ed il commento di testi esoterici trattanti magia, ermetismo ed alchimia, provenienti dalle più disparate epoche e tradizioni culturali. Si va da testi antichi della tradizione occidentale, quali quelli concernenti il rituale mithriaco del Gran Papiro Magico di Parigi, il de Mysteriis di Giamblico, i Versi d'oro di Pitagora, sino alle Massime di saggezza pagana di Plotino, passando ai “classici” sull’argomento di epoca rinascimentale, quali il De Pharmaco Catholico, un codice plumbeo alchemico italiano, il Clavis Philosophiae Chemisticae di Gerard Dorn, il La dignità dell'uomo di Pico della Mirandola, sino a quelli più moderni, tra cui primeggiavano testi di Gustav Meyrink quali Il Golem e Il volto verde e, sinanco, alcuni testi del britannico mago “nero” Alistair Crowley. Il tutto non senza il fondamentale apporto di testi provenienti dalla tradizione orientale, in particolare hindu, quali il commento e l’analisi di alcuni passi del Kulārṇava Tantra, del Majjhima Nikaya, dello Shri chakra sambhara sino ai canti di Milarepa, assieme ad altri testi, provenienti dalle più disparate fonti. Quella del Gruppo di Ur, è una vicenda caratterizzata da un drammatico avvicendarsi di cambiamenti sia nella direzione della rivista (inizialmente condivisa tra Arturo Reghini, Giulio Parise e Julius Evola), sino, nel ’29, all’estromissione da parte di Evola, di Reghini e di Parise, assieme al cambio di nome in Krur ed il successivo, ulteriore, cambio di nome in “La Torre”, accompagnato dallo scioglimento del gruppo originale del quale, nella nuova rivista, rimarranno solo alcune firme, quali  Guido De Giorgio (Zero), Girolamo Comi, Domenico Rudatis ed Emilio Servadio. Il 1930 è l’anno che vede la definitiva chiusura ufficiale del gruppo e della rivista, a causa di una manifesta ostilità del regime Fascista. La breve e tormentata esistenza del Gruppo, non deve però trarci in inganno. Contrariamente ad altre consimili esperienze, quella di UR, è una storia che  non può essere limitata unicamente ad una mera vicenda di gestione editorialistica, caratterizzata da contrasti e personalismi di vario tipo, perché alla sua base vi fu ben altro. In verità, quello di Ur, costituì un vero e proprio sodalizio magico-intellettual; qui accanto a quella tendenza che, al pari di consimili esperienze in Occidente, intendeva conferire un aspetto divulgativo ad un paradigma  culturale, quale quello  esoterico per l’appunto, che, sino a quel momento era rimasto cosa per pochissimi addetti ai lavori, si sarebbe fatta avanti l’idea di fare assurgere all’esoterismo ed alla magia, la valenza di strumento caratterizzato dalla possibilità di veicolare dei veri e propri “input” di natura etico politica. L’idea, a prima vista un po’ folle e balzana, di poter condizionare il Fascismo attraverso la pratica magica, rientra proprio in questa impostazione. Va ricordato che, il nascente regime fascista aveva legato le fortune della propria immagine a quelle di Roma antica, tramite l’adozione del Fascio Romano (già simbolo repubblicano e risorgimentale, sic!) conferendo, pertanto, a tutta la propria vicenda politica, una valenza simbolica tale, da offrire lo spunto a progetti di restaurazione della religiosità pagano-romana in Italia. Un primo passo in direzione di suggestioni del genere, era  già stato compiuto con l’unità d’Italia e con la scelta di fare di Roma la capitale del Regno, grazie alla quale si era dato luogo a tutta una serie  di iniziative volte a rivalutare la storia e la grandezza della Città Eterna attraverso la rivalutazione della storia dell’antica Roma e di cui, il primo divulgatore di età post risorgimentale, fu proprio quel Giacomo Boni che, nel ruolo di archeologo ufficiale ed attento studioso, fu anche cultore di un ritorno alla religiosità romana. Agli occhi degli uomini di Ur, il Fascismo rappresentava dunque l’imperdibile occasione per un radicale cambio dei parametri di pensiero dell’uomo italiano ed occidentale, attraverso il rivoluzionario passaggio da un’esangue spiritualità occidentale, caratterizzata da un’astratto cristianesimo oramai intriso di suggestioni illuministe, ad una vera e propria spiritualità degli archetipi, legata a quei punti di riferimento che affondano nel profondo delle radici etniche e culturali di un popolo. E qui entra in scena la figura di Arturo Reghini. Personaggio complesso, a detta di molti,  connotato da un tipico caratteraccio toscano, è, assieme a Giulio Parise e Julius Evola, tra i co fondatori di Ur e tra i co direttori della omonima rivista, caratterizzato da un notevole curriculum di intellettuale e studioso, per lo più effettuato in ambito esoterico e massonico, passando dall’iniziale adesione alla teosofia della Blavatskij, alla vera e propria iniziazione alla massoneria, di cui attraversa le varie obbedienze, in un vorticare di esperienze, sino all’approdo al neopitagorismo, a seguito dell’incontro con il calabrese Amedeo Armentano e con i suoi insegnamenti. In questo ambito, Arturo Reghini si fa protagonista dell’ epocale tentativo, volto ad operare un profondo stravolgimento di quello stesso contesto massonico, di cui tenta di mutare radicalmente i riferimenti esoterici ed i parametri ideologici, tramite una serrata critica dell’Illuminismo e delle sue derive razionaliste in ambito massonico (si pensi al razionalismo ateo degli Illuminati di Baviera, sic!) attraverso un ritorno all’originario spirito esoterico ed iniziatico della stessa massoneria, che avrebbe previsto l’adozione della tradizione greco romana nella sua fattispecie pitagorica e l’abbandono, o quanto meno lo sminuimento, di tutti quei filoni di matrice monoteista ed “orientale” che, dalla cabalistica ebraica al cristianesimo templare (ed alla sua versione esoterica rappresentata dal Vangelo di S. Giovanni), da quelle  vere e proprie forme di  Gnosi (come nel caso del Martinismo), passando alle fascinazioni egizie, (come nel caso dell’obbedienza di Memphis e Misraim e di tutte le vicende legate ai vari Cagliostro, alla scuola napoletana di Piazzetta Nilo e dei Raimondo Di Sangro, dei Giustino e Giustiniano Lebano e ad altri ancora), avevano, sino a quel momento, predominato nel mondo massonico. Di Reghini, però, non è tanto l’adesione “si et si” al pitagorismo che qui ci deve interessare, quanto la sua applicazione all’ambito metapolitico vero e proprio. Tramite lo scritto “Imperialismo Pagano” (titolo successivamente ripreso da Evola per un consimile testo e che poi costituirà il “casus belli” per la rottura tra i due, sic!) lo studioso toscano, porta avanti in prima persona, l’idea di quel ritorno alle radici pagano-romane, attraverso l’esperienza del totalitarismo fascista, inteso quale veicolo principe per realizzare, tramite la pratica dell’ indottrinamento di massa, proprio questo precipuo scopo. In tutto questo, UR avrebbe dovuto giuocare il ruolo di vero e proprio ispiratore occulto, tramite un’azione di tipo magico, intesa quale risultato della stretta interrelazione tra i poteri della mente umana ed il mondo esterno, ovverosia della capacità di quest’ultima di modificare la realtà circostante attraverso una volontà, la cui manifestazione avverrebbe per via indiretta, attraverso comportamenti simbolico-evocativi. Un’impostazione, questa, apertamente condivisa anche da altri elementi del gruppo quali, il co-direttore della rivista Giulio Parise (Luce), massone neopitagorico chiaramente allineato sulle posizioni reghiniane, Leone Caetani (Ekatlos), massone di obbedienza egizia e poi fervente neopagano, Giovanni Antonio Di Cesarò (Arvo), antroposofo e fautore di un ritorno al paganesimo romano ed altri ancora meno noti, le cui posizioni, andarono con il tempo via via indirizzandosi verso questo obiettivo, non senza, però, il fondamentale apporto e la carismatica ispirazione della figura di Julius Evola che, assieme ad Arturo Reghini, condivide il ruolo principe di protagonista ed artefice dell’intera vicenda ideologica ed umana del gruppo. La figura di Evola non può non essere considerata di minore importanza rispetto a quella di Reghini, assieme al quale (al pari di altri personaggi) già a quell’epoca condivide sicuramente una solida dote di letture ed esperienze dirette, partite da un’iniziale adesione al movimento Futurista, tramite la frequentazione e la lettura di “Lacerba” e di Papini, passando poi attraverso l’esperienza dadaista ed il suo “astrattismo mistico”, sino  a completare il proprio definitivo approdo a quell’ “idealismo magico” che, sulle orme di Otto Weininger, Michaelstaedter e dello stesso hegelismo gentili ano, andrà amalgamandosi a quelle istanze di pensiero “tradizionale” e conservatore, i cui prodromi son da ravvisarsi nelle elaborazioni di un Lamennais, di un De Bonnald e di un De Maistre, non senza quei riferimenti più propriamente esoterici, espressi da personaggi del calibro dell’antroposofo steineriano e sodale di Ur, Giovanni Colazza (Leo) ed altri ancora. Dotato, al pari di Reghini, di una forte personalità, Evola se, da un lato, condivide con quest’ultimo l’idea di un’impostazione magico-“operativa” di Ur, dall’altro vi entra subito in contrasto per tutta una serie di motivi di ordine teorico e dottrinale, a cui ne sono sicuramente sottesi  altri, di impostazione meramente caratteriale.  La prima, profonda discrepanza, si manifesta su quello che, di un gruppo iniziatico, costituisce uno dei momenti-cardine e cioè l’iniziazione. Il retaggio massonico di cui si fa portatore Reghini, vede nell’iniziazione, il primo e fondamentale gradino per l’accesso ad un percorso e ad una pratica di conoscenza, i cui rudimenti sono via via dispensati dalla figura di un maestro , nel vero e proprio ruolo di mistagogo. Evola rigetta questa concezione. Per lui, teorizzatore e cantore di una vera e propria “Fenomenologia dell’Individuo Assoluto”, che di quel medesimo individuo fa il metro e la misura di tutte le cose, nel ruolo di vero e proprio ponte tra la dimensione della caducità delle cose terrene e la dimensione del trascendente, è quel continuo confronto tra gli “Uomini e le Rovine” della Modernità, a fare dell’Individuo un vero e proprio auto-iniziato, nel ruolo di superuomo svincolato da qualsiasi umana pastretta burocratica, sia pur se giustificata da fini superiori. Se Reghini vede nella massoneria un sicuro prodotto dei rudimenti pitagorici, Evola ritiene, invece, che la sua origine debba esser fatta risalire alla misteriosofia mitraica, così come espletata ed interpretata da quel Papiro Magico di Parigi, di cui egli riporta gli insegnamenti su Ur e nella quale egli intravede la possibilità di una teurgica divinizzazione dell’iniziato. Questi e tanti altri motivi, stanno alla base della rottura tra Reghini ed Evola, accentuati dal mutamento del clima culturale italiano in virtù di quei Patti Lateranensi, la cui stipula porta ad un riallineamento ideologico dell’intera compagine del Fascismo-Pensiero, passato dalle posizioni di un laico agnosticismo, (frutto delle ancor presenti e vive suggestioni risorgimentali) ad una posizione di condivisione e sintonia di fini etici in funzione di una reciproca utilità, con la gerarchia vaticana. Un fenomeno questo, che porta molti intellettuali, a dover operare una netta scelta di campo, tra il mantenimento di posizioni sempre più invise al Regime o ad una loro rivisitazione critica, se non addirittura, un rigido e codino adeguamento ai diktat di quest’ultimo. A seguito di questo scenario,  Caetani-Ekatlos sceglierà la via dell’esilio in Canda, Colonna di Cesarò-Arvo finirà addirittura coinvolto nell’organizzazione di un fallito attentato a Mussolini, mentre Arturo Reghini, terminerà i propri giorni, in un malinconico isolamento. Premiato e stimato da quello stesso Regime Fascista (apertamente anti massonico), per i suoi studi sulla matematica pitagorica, ma assolutamente isolato e dimenticato, nel suo ruolo di fautore del neopaganesimo. Questo, non senza aver rischiato, nel momento clou del suo litigio con Evola, una denuncia quale aderente alla Massoneria da parte di  quest’ultimo, poi fortunosamente evitata grazie ad un intervento da parte di quello stesso Regime che, con una mossa di grande realismo politico, preferirà relegarlo in un morbido isolamento, anziché farne una vittima ed un ulteriore, scomodo oppositore. Evola, invece, sulla falsariga delle posizioni di un Renè Guenon, farà proprie le posizioni di quel tradizionalismo integrale che, nelle singole credenze, altro non vede se non le emanazioni di una primordiale Tradizione. Osteggiato anch’egli dal regime fascista, condurrà nei riguardi di quest’ultimo, per tutta la sua durata, un ambivalente rapporto fatto di un continuo alternarsi di contrasti ed aperture, sino a ritrovarsi a divenire, dal dopoguerra in poi, un fondamentale punto di riferimento ideologico per la destra radicale italiana ed europea.

A onor del vero, va detto che, quello di Reghini, Evola e compagni, in Europa, non fu però l’unico tentativo in tal senso. Nello stesso ambito della cultura germanica, sull’onda del Romaticismo e della sua rivalutazione del “Volk Geist/Sprito dei Popoli”, seguito dagli studi di indoeuropeistica dei vari Grimm, Bopp, Humboldt accanto alla riscoperta della mistica e della misteriosofia orientali (in particolare di quelle indo-buddiste) da parte dei vari Schopenauer, va facendosi sempre più forte l’esigenza di un sapere misterico legato alla tradizione ario-germanica. Mutuando dall’ esperienza della Società Teosofica di Madame Blavatskij, nella Germania Guglielmina, sulla falsariga degli scritti di Richard Chamberlain cominciano, a partire dalla fine del 19° secolo, a sorgere una miriade di gruppi e gruppetti caratterizzati da un preponderante interesse per l’emento irrazionale della realtà. Un fenomeno, va detto, riguardante tutti quei circoli di matrice massonico-rosacrociana che, sparpagliati non solo in Germania, ma anche in Austria e Gran Bretagna, subirono tutti in egual modo, l’influsso incrociato delle teorie teosofiche, tutte volte a dimostrare la discendenza dell’attuale civiltà da un’iniziale nucleo di individui superiori, spesso addirittura identificati o ritenuti in contatto con civilizzatori di origine extraterrestre (sic!), i quali, in un contesto di accentuata decadenza quale quello rappresentato dall’attuale ciclo storico, avrebbero deciso di tramandare la propria sapienza ad alcuni iniziati. Questo motivo si sarebbe ben presto andato ad innestarsi sul nascente nazionalismo germanico andando, in tal modo, a gettare ulteriore benzina sul fuoco. Ben presto l’idea della superiorità razziale indoeuropea ed ariano-germanica trovò fondamento e legittimazione nel sovrannaturale; i gruppi teosofici si tramutarono in veri e propri gruppi “ariosofici”. Gli scritti di Bulwer Litton, William Yeats, Arthur Machen, Oswald Wirth e Rudolf Steiner, avrebbero rappresentato la fase primigenia e più confusa elaborazione di questo pensiero mistico-esoterico; mentre le elaborazioni di taluni tra i più attivi circoli vitalisti in Germania accanto al circolo di Wagner a Bayreuth ed alle opere di R.Chamberlain, avrebbero costituito tutti il vero e proprio substrato culturale alla base dell’avvento dello stesso nazionalsocialismo in Germania. L’opera di scrittori tradizionalisti come R. Guenon  e B.Tilak, andrà egualmente a fornire un’ulteriore contributo a tale filone. Gli stessi studi della psicanalisi junghiana sono volti a mostrare l’esistenza di motivi archetipici di fondo che caratterizzano peculiarmente i vari popoli e le loro tradizioni, in primis gli Indoeuropei. Fatto sta che, ai primi del Novecento la Germania e l’Austria sono tutto un pullulare di gruppi che si rifanno a tale impostazione. Tra questi a primeggiare è la “Thulegesellschaft\Compagnia di Thule”, fondata da alcuni strampalati personaggi, tra cui il barone L. Von Sebottendorf, giramondo, conoscitore del Vicino Oriente e studioso dei Dervisci e dei Sufi  e dello Zoroastrismo persiano (conosciuti nelle sue peregrinazioni attraverso la Turchia Ottomana e la Persia), A.Haushoffer, studioso di Geopolitica, H. Horbiger, ingegnere e fautore di una strana teoria ciclica sul succedersi di civiltà in base alle glaciazioni, R. Hesse, futuro braccio destro di Hitler, anch’egli più o meno addentro a questi argomenti, oltre a Karl Harrer, Dietrich Eckart, Anton Drexler, Rudolf Hess, Alfred Rosenberg, Hans Frank, Karl Eckhardt, Gottfried Feder ed altri nomi ancora, meno noti. Il gruppuscolo avrebbe fatto da incubatore alla formazione culturale di Adolf Hitler, che ne avrebbe poi trasposto sul piano prettamente politico l’impostazione “ariosofica”, finendo, infine, (al pari di altri consimili gruppi, sic!) disciolto per volontà dello stesso Fuhrer.

Tornando alle vicissitudini di Ur, abbiamo cercato sinora di tracciare in grandi linee una storia che, comunque sia, nella sua brevità, non può non porci dinnanzi a tutta una serie di considerazioni e di conseguenti interrogativi.  In primis, trattandosi pur sempre della storia di un gruppo esoterico, e pertanto di una vicenda sotterranea, è difficile sapere come le cose siano realmente andate, se il gruppo abbia veramente cessato la propria attività, a seguito alle vicende che abbiamo narrato o se, invece, non si sia semplicemente eclissato, messo “in sonno”, per continuare la propria attività per altre vie. Al di là delle varie congetture,  resta il fatto che, l’esperienza di Ur si intersecherà misteriosamente con quella di altri personaggi, ad essa contigui e limitrofi. Parliamo, per esempio, della figura del pitagorico Amedeo Armentano, ispiratore e maestro di Reghini, il cui ruolo e la cui influenza in tutta questa vicenda , non è dato ancora capire bene, anche a causa del trasferimento di quest’ultimo in Brasile, a San Paolo, da dove sarebbe divenuto ancor più difficoltoso seguire qualunque ulteriore sviluppo di tipo esoterico. Di certo è che, negli anni ’30, San Paolo assurgerà a centro iniziatico di rilevo, proprio a causa anche della presenza di personaggi del calibro di Armentano, per lo più legati al contesto esoterico italiano e che in Argentina, (e pertanto sempre in contesto latino americano!), avevano trovato,nella figura dell’esoterista italiano Manlio Magnani, i propri validi precursori. Personalità come Massimo Scaligero, Pio Filippani Ronconi o Guido De Giorgio, invece, direttamente o indirettamente coinvolti nelle vicissitudini di Ur, costituiranno parte integrante e non irrilevante, di quel milieu culturale ed ideologico che eserciterà  la propria decisiva influenza culturale sul panorama della destra radicale italiana dal dopoguerra in poi, i primi due nel ruolo di originali interpreti e continuatori di quella teosofia e antroposofia che non poca influenza ebbero sul gruppo, grazie alla presenza di un Colazza, mentre per De Giorgio si può invece notare una più forte influenza del tradizionalismo integrale di Renè Guenon. Né si può pensare di omettere l’importanza dell’influenza delle dottrine kremmerziane (il cui fautore all’interno di Ur fu Ercole Quadrelli, sic!) sul gruppo e su cui bisognerebbe fare un discorso a parte, perlomeno per quanto riguarda la vera e propria prassi magica, “operativa”, che avrebbe dovuto esercitare la propria influenza sul movimento fascista. Senza timore di scadere nella fantapolitica o in una delle solite fantasticherie complottiste, possiamo dire che Ur ha rappresentato qualcosa di più profondo, rispetto alle normali vicende di un qualsivoglia raggruppamento culturale o esoterico, finendo con il divenire il vero e proprio antefatto ideologico e culturale della destra radicale italiana, per così come la abbiamo conosciuta dal dopoguerra in poi. A riprova di quanto qui affermato, la vicenda del raggruppamento pagano-romano dei Dioscuri che, a partire dalla sua nascita ufficiale nel 1969, fu strettamente interrelata con quella del movimento politico “Ordine Nuovo” e delle cui vicissitudini, lo stesso Evola (senza pur mai aderirvi) fu tenuto al corrente da parte di questi ultimi. Resta il fatto che, quella del rapporto dell’esoterismo italico con il Fascismo (e con le sue posteriori filiazioni destro radicali e neofasciste, sic!), sebbene oggetto di recenti e più approfonditi studi, permane, comunque,una storia meno nota, ma non meno importante e densa di significati. In esso, si possono rinvenire tutte le pulsioni ideologiche di un’epoca di contrasto e trasformazione. Qui, vitalismo, irrazionalismo, ribelle anticonformismo, spinta al futuro, si miscelano in un magico anelito di potenza. Qui, al di là delle apparenze e delle varie linee ideologiche ed esperienziali, è l’uomo a farla da padrone, con l’idea di coniugare la propria volontà di potenza con l’anelito magico al dominio delle forze di una trascendenza che sembra, invece, essere presente attraverso i mille volti di un sapere arcano e misterioso, che sgorga dall’oscurità dei millenni. Una vicenda il cui significato si fa tanto più “scomodo”, quanto più in essa si può cogliere e ravvisare una delle più vivide espressioni di quello jungheriano “anarchismo di destra” che, seppur nelle vesti di un magico idealismo, è tuttora parte integrante e costituente della cultura di una certa area antagonista. A questo punto, forte, è nell’animo di un qualsivoglia osservatore, la tentazione di conferire una superiore valenza “magica”, a quella prassi politica medesima, oggidì appiattita su quelle aride e monotone coordinate socio-economiche, che omologando e deprimendo un contesto che abbraccia oramai il mondo intero, hanno finito con il conformarlo all’ unico, asfissiante diktat oggi concepito: quello del liberismo globale, con le sue infinite e deleterie ricadute.                                                                                              

- Economia Globale - 

LIBERTA’ DI SCAMBIO O SACCHEGGIO?

I NUOVI ACCORDI SUL COMMERCIO GLOBALE

 

Strano a dirsi ma, in mezzo al frastuono globale di notizie piccole e grandi, di maggiore o minore importanza, tra pettegolezzi, selfie e quant’altro, oramai elevati ad imprescindibile biglietto da visita per la nostra vuota civiltà, per la quale di tutto e di tutti, si deve dire e di più, all’insegna di una onnicomprensiva ed opprimente interconnessione, bene, in mezzo a tanto magniloquente starnazzare, sembra sia passata assolutamente sotto tono una di quelle notiziole che dovrebbe, invece, far tremare le gambe a qualunque individuo dotato di un minimo di raziocinio. In mezzo a tanto cianciare di crisi globale, di fine del primato degli Stati Uniti sul mondo ed altre simili amenità, zitti zitti e quatti quatti, proprio loro, gli USA si sono portati a casa dei successi di non poco conto, costituiti da quegli accordi di cooperazione internazionale e di ulteriore spinta all’apertura dei mercati di quelle nazioni che ne fanno parte. Parliamo di Tpp, Tisa e Ttip.

La prima sigla sta  per Partenariato Trans-Pacifico (Tpp) ed è stato sottoscritto da dodici paesi che compongono il 40% del Pil mondiale: Usa, Messico, Perù, Cile, Giappone, Vietnam, Singapore, Brunei, Malesia, Australia e Nuova Zelanda. Questo tipo di accordo, si basa su tutte quelle asimmetrie tra i suoi membri che, notoriamente, finiscono con il favorire gli Usa,  

i principali interessati alla sua attuazione in quanto economia in posizione predominante tra quelle risultanti in questo elenco.
Il Tpp nasce inoltre con la finalità di creare un contrappeso alla crescita della Cina nel contesto geo economico asiatico, dove quest’ultima sta appunto assurgendo ad un ruolo primario. Il Giappone, da “competitor”  a socio privilegiato degli Usa nell'area, è, in verità, divenuto la  punta di lancia di questa strategia.

La seconda sigla sta per  Accordo di Scambio sui Servizi (Tisa) ed è recentemente stato concluso a seguito di un negoziato svoltosi nel più grande segreto. Il Tisa permetterà alle varie  “corporations”  finanziarie di esportare tutti i dati personali dei consumatori attraverso le frontiere, contraddicendo, in tal modo, le attuali leggi sulla protezione dei dati, oggidì in vigore in molti paesi. Un’altra “sorpresa” del Tisa sta nel fatto che quelle stesse compagnie finanziarie internazionali,  vengono “de iure” e “de facto” esentate dal rispetto delle normative del paese in cui agiranno, a patto che  quelle stesse azioni siano permesse nel paese di provenienza. Così, tanto per cambiare, le varie compagnie USA potranno tenere unicamente conto delle normative di Washington, passando tranquillamente sopra la testa di quelle dei locali contesti d’azione. Contrariamente alle aspettative, però, questo accordo, sottoscritto da Australia, Canada, Cile, Colombia, Corea del Sud, Costa Rica, Stati Uniti, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Liechtenstein, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Svizzera, Taiwan, Turchia e Commissione europea ha, invece,  trovato l’opposizione maggioritaria dei paesi del Mercosur, capeggiati dall'Uruguay del governo a maggioranza Frente Amplio, con la sola significativa eccezione della presenza del Paraguay, membro fondatore del Mercosur;  il che ci fa capire che, anche in questo caso, la partita, per quanto riguarda l’America Latina, è tutt’altro che definita.

La terza sigla sta per Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Ttip). Contrariamente agli altri due, il Ttip è ancora in fase di negoziazione e costituisce l’ulteriore tentativo di costituire un'area di libero commercio tra Usa e Ue.  Anche in questo caso, i negoziati si svolgono in una condizione di segretezza che, probabilmente, giustifica quella che, del Ttip, fa un accordo “speciale”, ancor più dei suoi pari Tpp e Tisa. Difatti l'istituzione di un tribunale di arbitrato in grado di agire in modo totalmente autonomo ed indipendente, ripetto al sistema giuridico di ciascun paese al fine di favorire gli investimenti stranieri, fa di questo accordo, il momento clou di un sistema, creato proprio al fine di portare l’attacco finale all’autonomia delle scelte economiche dei vari stati nazionali, strangolandone de facto l’indipendenza. Un fatto questo che, per un’Europa attanagliata da una pluriennale crisi recessiva, ingenerata dall’ultimo ciclone finanziario partito da Oltreoceano cinque anni fa, potrebbe rivelarsi esiziale. Come possiamo quindi constatare, gli USA, contrariamente alle frettolose previsioni di qualche sprovveduto analista, attraversano tutt’altro che una fase di inesorabile decadenza. Le spese interne ed estere, l’esposizione debitoria verso la Cina (attraverso il massiccio acquisto da parte di quest’ultima di titoli del debito USA, sic!), oltre alle varie tempeste finanziarie, non sembrano averne minato granchè nè tenacia, né aggressività e né protagonismo, sulla scena politica ed economica mondiale. Questo perché, qualcuno ha forse dimenticato che, in primis, gli USA sono i maggiori esportatori al mondo di valuta. Il dollaro, ancor oggi è il punto di riferimento per tutte le transazioni economiche e finanziarie mondiali e, pertanto, gli Stati Uniti detengono la maggior quota di circolante di valuta al mondo, assieme al gigante cinese. Ma la Cina, al pari dei vari BRICS (Brasile, Russia, India, Sudafrica, etc.) è un gigante dai piedi d’argilla. Le politiche espansive, le crescite impetuose, nascondono una debolezza costitutiva caratterizzata da instabilità politica, immense sperequazioni sociali,  endemiche mancanze di infrastrutture e, spesso, da una difficile e problematica interazione politica ed economica con i propri vicini (come nel caso dei pesanti risvolti economici determinati dai rapporti tra Federazione Russa e Ucraina, esemplificati dalla pluriennale vicenda dei gasdotti….sic!).  Quella di un mondo multipolare è, per ora, uno specchietto per le allodole, dietro al quale si nascondono realtà geoeconomiche la cui impetuosa crescita è unicamente funzionale al fatto di far girare, più rapidamente e meglio, i soldi dei vari investitori internazionali. I tentativi di soppiantare il Nuovo Ordine Mondiale a conduzione USA, con un ordine multipolare viene, de facto, vanificato dal vertiginoso turbinare di un capitalismo che si autoalimenta di crisi la cui frequenza, va facendosi sempre più serrata e la cui intensità ed estensione sempre maggiore, con buona pace per le speranze di alleanze raccogliticce e malandate la cui tenuta costituisce, unicamente, un fenomeno di facciata, destinato ad infrangersi di fronte alle prime, serie, difficoltà. Tutto  questo non significa, però, che gli USA siano i reali protagonisti e registi di certi fenomeni. Va, ad onor del vero, rimarcato il fatto che gli Stati Uniti, oggidì, fungono al ruolo di semplice gendarme ed esecutore dei “desiderata” dei poteri forti, di cui le grandi “corporation” finanziarie multinazionali, sono l’espressione più evidente. Certo, il fatto che quegli stessi centri di potere, delle volte preferiscano decentrare i propri interessi su altri contesti, è un fatto di puro tatticismo, che risponde unicamente alla necessità di sopperire e compensare con una più ampia dislocazione, ad eventuali perdite finanziarie, tanto più significative, quanto più capitali e risorse siano concentrati su un solo paese, fossero anche gli USA. Resta il fatto che, al di là dei vari tatticismi, la strategia di attacco agli stati nazionali ed alla loro libertà è oggi ad un punto cruciale, perché si innesta in un momento di crisi economica generale che tocca dal vivo sia i lavoratori che la classe media. Privatizzazioni selvagge, delocalizzazioni, licenziamenti di massa, fiscalismo esasperato, abolizione delle tutele sociali, accomunano in un fronte trasversale interessi e situazioni, sino a poco tempo fa incompatibili. Nell’ America Latina degli inizi di questo secolo, imponenti mobilitazioni e manifestazioni in Argentina, Brasile e Venezuela, contribuirono al successo dell’opposizione all’ALCA (Area di libero commercio delle Americhe), da parte di Kirchner, Lula e Chávez. La recente manifestazione di Berlino, con la partecipazione di 250mila persone contro questi accordi, costituisce, in questo senso, sicuramente un segnale favorevole, ma non sufficiente. Il sin troppo sparpagliato fronte di lotta al Globalismo liberista, ha oggi bisogno di un collante in grado di accomunare, istanze e prassi troppo spesso lontane e scollegate. Questo elemento, in grado di accomunare istanze ideologiche con prassi meramente politiche, è rappresentato dalla democrazia diretta, la cui applicazione andrebbe orientata unicamente in direzione di quei grandi processi decisionali che coinvolgono la globalità della vita di una comunità nazionale, come, per l’appunto, quei grandi accordi economico-finanziari, sottoscritti  senza il consenso e la partecipazione di quelle masse di lavoratori e consumatori che, invece, per prime ne subiscono gli effetti. La stipula di questi accordi ed il malcontento che ne segue, potrebbe rappresentare un valido incentivo verso la creazione di quel Frente Amplio che, caratterizzato da una lotta senza quartiere al capitalismo liberista, porti a proprio comun denominatore la prassi  di una democrazia diretta, in grado di contrapporsi risolutamente ad ogni iniziativa o tentativo di soffocamento della libertà e dei diritti da parte del liberismo capitalista e dei suoi scherani di sinistra e di destra. 

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